Mimì è una viaggiatrice, non perchè abbia girato il mondo, ma perchè il mondo, con la sua storia, ha cambiato lei. Ormai donna, decide di fare il primo grande viaggio della sua vita: mettersi su un aereo per incontrare il proprio, perduto, passato. Non si tratta di un ritorno, però, perchè il viaggio della vita l’ha già cambiata irrimediabilmente, cancellando ciò che era, o forse, trasformandola ormai irrimediabilmente. Mimì viaggia, solo per capire che nessuno è mai uguale a com’era anche solo qualche minuto prima: tutto scorre e nessun viaggiatore, come tutti sottoposto allo scorrere del tempo, può mai ritornare ciò che era prima.
Racconto pubblicato in una raccolta a seguito della partecipazione ad un concorso letterario (“Concorso Letterario 2019 – L’immagine parla – “Il maestrale”).
Per la rubrica “racconti,” per il mese di aprile, si propone in free reading una short story di genere distopico, LOVE UNTOUCHED: una riflessione, tra le altre cose, sul concetto di identità, che è molto più di un costrutto sociale. Nell’universo distopico del racconto i protagonisti scoprono di possedere un “gene ribelle,” una mutazione genetica che rischia di mettere a repentaglio il genere umano. Privati della libertà, si rendono conto, però, che nonostante le sofferenze rimane intatto nel loro cuore ciò che realmente li rendeva umani, l’amore.
Ogni linguista che si rispetti cerca l’origine di tutti i morbi tra le parole. E’ probabilmente un antico retaggio dello strutturalismo, quell’approccio sviluppatasi nel primo novecento che ricercava dietro la struttura arbitraria dei sistemi linguistici un significato, o meglio infiniti significati. Ebbene, in un clima quasi surreale di contagio, con mezza Italia chiusa in se stessa, le parole che vengono in mente per descrivere questa situazione sono essenzialmente due: “invisibile” e “paura.” Scombinando e ricombinando, quasi per gioco, le lettere che compongono il sistema linguistico di queste due parole, viene fuori, tra le altre, anche la parola “virus,” tirando fuori le sillabe “vis” e “ur” delle due sopracitate parole e ricombinandole come si fa con le molecole in un esercizio di chimica linguistica svolto poco accuratamente.
Dunque il virus è alimentato in una sfera interiore, oltre che fisicamente, anche intellettualmente, dalla nostra paura dell’invisibile, che tradotta in uno dei suoi infiniti significati, sta ad indicare la paura dello sconosciuto svolgersi degli eventi che caratterizzerà il nostro futuro, a seguito sì della possibilità di essere contagiati, ma anche come condizione esistenziale dell’uomo in situazioni di ordinario svolgimento degli eventi: la paura di ciò che è invisibile, e quindi incontrollabile, aleggia sempre sulla mente umana.
L’eccezionalità degli eventi, tuttavia, come pare a chi è nato nel XXI secolo del mondo occidentale, porta stavolta a riflettere su come la natura umana sia flebile e delicata e su come tutto in un attimo possa inevitabilmente precipitare dentro una serie di sfortunati eventi che non posso essere controllati. Gli anni del boom economico ci hanno insegnato ad avere un atteggiamento spavaldo e di megalomania nei confronti della vita, come se l’umanità fosse in grado di controllare ogni cosa: abbiamo così tutti creduto al mito del manifest destiny e dell’onnipotenza.
Ci troviamo invece a constatare che l’uomo è una macchina fragilissima soggetta anche a ciò che è invisibile, che è un essere fallibile e per indole tende a ripetere gli stessi errori. Per uno strano gioco delle parti in cui è inconsapevolmente coinvolto, l’uomo sembra ripetere in questi giorni le stesse reazioni all’epidemia delle più famose descrizioni storiche della plague, a partire da Tucidite, Boccacco e Manzoni. Dunque proverò a raccontarvi come la paura dell’invisibile si ripeta allo stesso modo, nonostante lo scorrere del tempo, e di come la parola possa essere un alleato più che valido nel combatterla.
L’approccio di un linguista verso ogni situazione reale partirebbe innanzitutto dall’evidenziare gli effetti positivi della pragmatica nell’affrontare le situazioni della vita: la pragmatica, detto molto grossolanamente, è una branchia della semiotica che studia le parole e il loro effetto all’interno del sistema comunicativo; la parola “pragmatica” deriva infatti dal greco “pragma” che vuol dire “fatto.” Le parole, e di conseguenza le storie da esse composte, in più larga scala, producono un effetto sulla vita. E questo basti a contrastare l’opinione di chi crede che la letteratura non serva a nulla. Ci riserveremo tuttavia di parlare esclusivamente di questo un’altra volta. In questa sede basti continuare dicendo che un linguista cercherebbe di capire perché abbiamo paura partendo dalle parole, dalle storie, e attraverso le parole cercherebbe di analizzare la paura e, se possibile, purgarla.
Paura di cosa? In questo caso di qualcosa che non riusciamo a vedere, paura del contagio, paura dell’invisibile e di conseguenza paura di qualcosa che non si riesce a controllare, ad arginare. Freud parla di questa paura e della sua relazione con la letteratura in un saggio che si intitola “The Uncanny,” e spiega cos’è l’uncanny proprio partendo dalla sua definizione sul dizionario delle maggiori lingue europee, concludendo che l’uncanny è tutto ciò che non ci è famigliare, e di conseguenza la paura dell’uncanny è la paura dello sconosciuto, dell’ignoto. E questo è quello che ci ha colto, così all’improvviso, come spesso accade durante i corsi e i ricorsi della vita umana: la paura di qualcosa che non conosciamo: un virus invisibile, incontenibile, venuto da lontano. Freud ci insegna che la paura dello sconosciuto è dunque qualcosa di insito nella natura umana, è che è normale che avvenga.
Le parole e le storie hanno anche la funzione di purgare la paura, hanno un effetto, come diceva Aristotele nella Poetica, anticipando per certi versi, si potrebbe dire, quello che la pragmatica sarebbe andata a teorizzare. Aristotele scrisse che la tragedia e l’arte poetica aveva la funzione di purgare la società dai mali, perché vedendoli messi in scena, la gente in qualche modo poteva sperimentare con συμπάθεια (termine greco che potremmo associare alla “compassione”) i mali della società, ed evitare di metterli in pratica nella vita reale. La stessa parola “poetica” che deriva dal greco ποιητικός (stessa radice di ποιέω, “fare”) indica qualcosa che provoca un effetto, che ha il potere di “fare qualcosa” (da questa stessa parola avrà poi origine il termine “poesia”).
Quello che intendo, con questo noioso volo pindarico, è semplicemente che molto di questa situazione e di come affrontarla ci viene detto dalla letteratura: Tucidide nel paragrafo 47 del II capitolo de La guerra del Peloponneso descrive la terribile epidemia di peste che si verificò ad Atene, parlando proprio di paura verso un morbo sconosciuto:
“I medici nulla potevano, per fronteggiare questo morbo ignoto, che tentavano di curare per la prima volta.”[1]
E parla poi di sconforto e sgomento della gente nell’affrontare questa paura dell’invisibile:
“Nel complesso di dolorosi particolari che caratterizzavano questo flagello, uno s’imponeva, tristissimo: lo sgomento, da cui ci si lasciava cogliere, quando si faceva strada la certezza di aver contratto il contagio (la disperazione prostrava rapida lo spirito, sicché ci si esponeva molto più inermi all’attacco del morbo, con un cedimento immediato).”[2]
Come Tucidite, anche Boccaccio descrive nel Decamerone sia i sintomi che l’atteggiamento della gente verso la paura del contagio, e molti delle reazioni da lui descritte sono simili a quelle che abbiamo constatato in questi giorni nelle varie regioni d’Italia:
“Da queste circostanze, e da altre simili o più gravi, nacquero in chi era ancora vivo vari timori e superstizioni, quasi tutti miranti a uno stesso fine crudele, quello, cioè, di evitare e di fuggire i malati e le loro cose. E così facendo, ognuno credeva di salvare se stesso. Vi erano alcuni che ritenevano che il vivere morigerato e l’astenersi dal superfluo dovesse contrastare efficacemente tale calamità: e formata una compagnia, vivevano segregati da tutti […] Altri, essendo di parere opposto, affermavano che l’andare in giro a cantare e a divertirsi e il soddisfare il più possibile gli appetiti e il ridere e prendersi gioco di ciò che avveniva fosse un rimedio infallibile a questa malattia […] Molti altri conservavano un comportamento intermedio rispetto a quelli tenuti dai primi due gruppi […] mangiavano e bevevano quanto bastava al loro appetito e si muovevano senza rimanere al chiuso, portando in mano alcuni dei fiori, altri erbe profumate, altri diversi aromi di spezie orientali che si portavano spesso sotto il naso […] Alcuni avevano un’opinione ancora più malvagia, nonostante fosse forse più sicura: dicevano che nessuna altra medicina fosse migliore né tanto buona contro la peste quanto fuggire innanzi ad essa: e mossi da simile convinzione, curandosi solo di se stessi, molti tra uomini e donne abbandonarono la propria città, le proprie case, gli stessi parenti e le sostanze e si recarono presso il contado […].”[3]
Ho trovato piuttosto divertente riscontrare in questa descrizione gli stessi atteggiamenti che la gente ha avuto in risposta al Covid-19: da una parte c’è chi si rintana in casa e non vuol più far nulla, preso dalla paura, anche in zone non ancora colpite dall’epidemia, dall’altra c’è chi se ne frega dei consigli per evitare il contagio, e continua a far festa e ad ironizzare per esorcizzare la paura, e dall’altra chi agisce con la giusta misura, rispettando le regole, e poi c’è ancora chi fugge dalle zone rosse, curandosi, come dice Boccaccio in questa parafrasi, “solo di se stesso.”
I greci dicevano che il μηδεν ἄγαν (il giusto mezzo) è la strada migliore da seguire, e forse bisognerebbe ascoltare gli antichi, che più di noi e prima di noi, sembrano, come abbiamo visto, aver vissuto esperienze simili e peggiori. In realtà la lezione che possiamo imparare dalla letteratura è che “non c’è niente di nuovo sotto il sole,” come ci dicono le Sacre Scritture, e che tutto è già accaduto e si ripete, in forme diverse, nei corsi e ricorsi della storia, come ci ha detto Gian Battista Vico. Essendo già successo possiamo però imparare dalle parole e dalle storie a governare la paura, anche se non è una cosa semplice. La paura e l’invisibile sono due facce della stessa medaglia e si nutrono vicendevolmente. Tuttavia la storia dev’essere più forte, e la nostra storia, in quanto umanità, lo è.
E se la paura e l’invisibile nutrono l’epidemia, sia fisicamente che mentalmente, favorendone il contagio attraverso atti consequenziali di irresponsabilità e frivolezza, la “parola,” che adesso traduciamo in “letteratura” dev’essere strumento per affrontare e conoscere la paura, e purgarla, come diceva Aristotele nella Poetica affinché non si propaghi nella realtà.
Come ci insegna Manzoni nell’introduzione a La Storia della Colonna Infame, molto in situazioni di paura è dovuto agli individui e alle azioni degli individui per governare la paura: infatti furono le azioni incredibili e folli della gente, governata dalla paura, che portarono alla morte di Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, ingiustamente accusati di essere stati untori, indotti con la tortura alla falsa confessione e poi uccisi.[4]
Dunque la letteratura sia invece strumento di coscienza per combattere l’ignoranza, strumento di “leggerezza,” come scrisse Calvino in Lezioni Americane:
“[…] la letteratura come funzione esistenziale, la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere.[5]“
La parola come contrasto all’ignoranza, ci insegni coraggio e leggerezza, insieme alla storia e alla letteratura, e siano queste armi per governare la paura. Panta rei, tutto scorre, leggero come le acque di un fiume, e viene sostituito da altre acque, più pure, forse, candide e sempre leggeri.
Quando
ci si approccia alla lettura di un classico, spesso si è a priori condizionati
dalla sua fama, e lo si prende in mano con grandi speranze e aspettative.
Così
si inizia a leggere Il giovane Holden,
uno di quei classici della letteratura americana, un’icona di spicco della beat generation.
Potremmo
essere, dunque, a priori, ispirati dalle tante pagine di critica letteraria che
forzatamente, con più o meno piacere, abbiamo letto nel corso della nostra
vita, e iniziare adesso a fare una critica sulla figura di Holden Caulfield,
sui parametri socio-politici dell’epoca, sul suo autore, J. D. Salinger. In
quel caso, tuttavia, non faremmo niente di nuovo, quindi niente di
interessante.
Vorrei
piuttosto soffermarmi a riflettere a tu per tu con Holden, fare quattro
chiacchiere, libero dai preconcetti letterari, critici, dal superstrato di cui
è investita la sua storia, e dire cosa ne penso come se stessi leggendo l’opera
di un esordiente.
La
traduzione che ho letto del giovane Holden è la più recente, edita da Einaudi nel
2014. Si tratta di una versione moderna e linguisticamente al passo con i tempi
che rende la lettura scorrevole e forse più vicina alla percezione che ne
avevano i ragazzi contemporanei alla prima uscita del romanzo.
Ora,
facciamo finta di trovarci dunque di fronte ad un testo nuovo: il giovane Holden
ha una trama piuttosto semplice: Holden Caulfield è un ragazzo problematico,
che ha subito la morte di un fratello a cui era particolarmente legato, e da
allora ha problemi a scuola, ed è stato cacciato dall’ennesimo istituto
scolastico. Decide così con i suoi risparmi di gironzolare per New York e non
tornare a casa dalla famiglia: se avessero saputo che era stato nuovamente espulso,
l’avrebbero “ucciso.” Holden riflette a voce alta per tutto il romanzo, e ci
racconta di vecchie conoscenze e della sorellina Phoebe. Ha qualche
disavventura con il portaborse dell’albergo in cui si trova, e cerca di uscire
con qualche vecchia fiamma. Alla fine ritorna a casa e i suoi genitori lo mandano
in riformatorio – o una struttura simile. In ogni caso la trama non è poi così
interessante, a raccontarla in questo modo. Eppure non si può dire lo stesso
del “discorso narrativo.”
Facciamo
un passo indietro: per trama si intende la sequela secca di eventi, mentre per
discorso narrativo il modo in cui questi eventi vengono narrati, per farla
breve. Il discorso narrativo può celare al suo interno entusiasmanti messaggi e
momenti d’alta tensione poetica – ovvero momenti che colpiscono il lettore, che
suscitano in lui/lei un’emozione.
Ecco,
il discorso narrativo del giovane Holden ci suggerisce tanti e svariati aspetti
interessanti, tra cui narrerò in questa sede di quelli che più mi stanno a
cuore. In primis, ci parla di un ragazzo, e della disperata ricerca di un punto
di riferimento, di un legame, di qualcosa per cui valga la pena restare o
andare. Quando Holden deve lasciare la sua nuova scuola, perché espulso, si
siede di fronte al campo da baseball e dice:
“La verità è che lassù c’ero
andato per vedere se riuscivo a provare un senso d’addio. […] Non importa se è
un addio triste o brutto: io, quando me ne vado da un posto, voglio sapere che
me ne sto andando. Altrimenti stai ancora peggio.”[1]
Quello
che Holden vuole dire è che restare o andare via da quella scuola per lui era
esattamente la stessa cosa: all’inizio del romanzo Holden è totalmente libero,
è privo di legami, non gliene frega niente di niente. Non gli importa di
tornare a casa, non gli importa di restare, non gli importa dei soldi, non gli
importa se li finirà, l’unica cosa che vorrebbe, però, dentro di sé e scoprire
come sarebbe se gli importasse.
Così
Holden va via, e con il suo linguaggio semplice – ancora una volta il discorso narrativo del romanzo – inizia a
parlarci di tutti i ragazzi che aveva incontrato in quest’ultima scuola e di
molti che aveva conosciuto prima, tutto questo mentre l’azione narrativa è
piuttosto scarna: Holden si dirige semplicemente dal dormitorio presso un hotel
di New York.
Ci
parla anche di una ragazza che capiamo essergli sempre piaciuta – “la vecchia
Jane” – e di un’altra, un po’ più avanti nella narrazione, con cui prova ad
uscire – Sally. Nel romanzo Holden tenta un paio di volte di telefonare alla
prima, ma riaggancia, con la seconda invece ci esce senza tanti problemi, ma
neppure tanta voglia. Potremmo definirla psicologia inversa, ma mentre Holden
si racconta, noi capiamo che in realtà quella con cui voleva uscire era Jane,
che con lei Holden aveva un legame, e ce lo fa capire attraverso racconti e
pensieri random su di lei.
Un
altro pensiero random in diversi punti del romanzo riguarda le anatre su un
lago a Central Park, Holden è costernato da un dubbio:
“Senta,
– gli faccio. – Ha presente le anatre che ci sono nel laghetto vicino Central
Park South? Quello piccolo? Lei per caso sa dove vanno, quelle anatre, quando l’acqua
si ghiaccia? Non è che lo sa?”[2]
Ora,
cosa voleva dire con questa domanda senza senso che porge a diversi tassisti
nel corso del romanzo? Si potrebbe tradurre in questo modo: “dov’è che si va,
quando le cose si mettono male? Qual è il porto sicuro presso cui si può
andare?” Ancora una volta, Holden cerca qualcosa per cui rimanere. Holden cerca
un legame, un porto sicuro. Potremmo senza dubbio dire che questa ricerca
trasuda più dal discorso narrativo, che da una reale ammissione del
personaggio: è il lettore che è portato a pensarlo.
Ad
un certo punto combina un incontro con una prostituta, ma si rende conto che la
dissolutezza con cui avrebbe dovuto “approfittarsi” di lei non gli si addice:
si sente nervoso. Holden non lo dice apertamente, ma ancora una volta ce ne
accorgiamo dalla costruzione del discorso narrativo. Forse Holden, ancora
vergine, da segretamente importanza a quel momento? Forse Holden sta scoprendo
dentro di sé un livello di consapevolezza maggiore? Holden, in questo viaggio
interiore, sta imparando a conoscersi.
L’apice
del sogno di Holden – trovare qualcosa o qualcuno per cui valga la pena vivere,
restare – ce la da l’immagine che poi da il titolo al libro (in originale), The Catcher in the Rye:
“
– Sai cosa mi piacerebbe fare? – ho detto. – Sai cosa mi piacerebbe? Se solo
per una cazzo di volta potessi scegliere? […] Hai presente quella canzone che
dice <<Se ti prende al volo qualcuno mentre cammini in un campo di
segale>>? […] Io mi immagino sempre tutti questi bambini che giocano a
qualcosa in un grande campo di segale e via dicendo. Migliaia di bambini, e in
giro non c’è nessun altro – nessuno di grande, intendo – tranne me, che me ne
sto fermo sull’orlo di un precipizio pazzesco. Il mio compito è acchiapparli al
volo se si avvicinano troppo. […] Sarei l’acchiappabambini del campo di segale.”
Anche
qui, possiamo supporre che il sogno di essere “l’acchiappabambini nel campo di
segale”, appunto The Catcher in the Rye, riguarda
la possibilità di avere uno scopo nella vita, qualcosa di importante, qualcosa
per cui valga la pena rimanere: un legame, appunto. Una missione, concreta o
astratta che sia. Qualcosa per cui valga la pena.
Nella parte finale del libro, Holden prima di sparire per sempre – più o meno erano questi i piani – decide di rivedere sua sorella Phoebe. La bambina nel pomeriggio era a Central Park. La incontra e le rivela il suo piano, quello di andar via. Facendola breve, la bimba lo segue il giorno dopo con una valigia in mano. Holden deciderà poi di rimanere per la sorellina.
Alla
fine del suo viaggio interiore, Holden, quindi, torna a casa, e poi in una
specie di riformatorio – immaginiamo dal discorso narrativo, parla solo di uno “psicanalista”
potrebbe quindi essere qualsiasi altro istituto, ma poco importa -, e alla fine
del romanzo si trova a pensare ancora a tutti quei ragazzi e quei personaggi
che aveva incontrato lungo la strada, che in qualche modo avevano contribuito a
fargli realizzare qualcosa, a fargli venire voglia di restare. Holden ci dice:
“E’
strano. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, poi inizia a mancarvi
chiunque.”[3]
Il
punto di Holden è che, esplorando la sua vita nel racconto, si era accorto di
aver maturato dei legami, di provare affezione, di aver trovato un motivo per
restare. Il romanzo chiude il cerchio che aveva aperto all’inizio, quando Holden
confessava di non provare nulla nel dire addio alla sua vita, e che tutto
quello che voleva era provare qualcosa. Alla fine del romanzo ottiene proprio
quello che desiderava all’inizio.
La
domanda che sorge ora è, in che fase del romanzo Holden Caulfield è più libero,
all’inizio, quando è privo di legami e libero di andare dove vuole, senza niente
che possa scalfirlo, o alla fine del romanzo, quando si rende conto di essere
legato a tante cose, e di conseguenza di essere più fragile?
Se dovessimo
seguire un filone di pensiero logico, diremmo all’inizio del romanzo. Ma cosa
resta all’uomo forte che non si lega mai? La sensazione di Holden Caulfield durante
tutto il suo racconto: una sensazione di perdizione.
Quando
uno dice, ad esempio, che vuole essere libero di girare il mondo, in lungo e in
largo, e di fare come gli pare. Ecco, quando uno dice così, i primi anni
potrebbe realmente sentirsi felice in questo suo sentirsi perso, in questo suo
girovagare senza meta, ma si può veramente dire che abbia avuto uno scopo la
sua esistenza in quegli anni? Si, conoscerà un mucchio di gente, si, conoscerà
un mucchio di culture. Ma prima o poi, non sentirà forse il desiderio di
restare? Holden ci mette di fronte ad un quesito, quando possiamo considerarci
liberi? E ancora, i legami ci rendono liberi o ci rendono fragili?
[1] J.D
Salinger, Il giovane Holden, Einaudi
(2014), p.4
L’autunno è alle porte. E questo vuol dire che la stagione dei pop-corn e le serie tv sul divano fino a tarda notte sta per iniziare. Potremmo ribattezzare questo periodo “la stagione Netflix.”
Dopo il successo di Stranger Things, infatti, a detta del TIMEManiac “is the most exciting Drama.” Si tratta di una Sci-fi comedy paradossale, che intreccia tematiche di psicologia, metafisica e science fiction. In breve, narra la storia di Annie Landsberg (Emma Stone) e Owen Milgrim (Jonah Mill) che si ritrovano a testare delle pillole, progettate dalla misteriosa Nebedine Pharmaceutical and Biotech. Le pillole avrebbero la capacità di eliminare dolori derivanti da traumi psicologici. Entrambi i personaggi, infatti, hanno vissuto delle esperienze che li hanno resi “maniac”- maniaci, ovvero soggetti con comportamenti discutibili derivanti da traumi passati: Annie non riesce a superare la morte della sorella, e per questo diventa dipendente da una delle pillole della compagnia farmaceutica che permette di rivivere il giorno del trauma in una sorta di trance; d’altro canto, Owen viene diagnosticato come soggetto schizofrenico, a causa degli ambigui rapporto con la famiglia. Owen vive una sorta di realtà parallela in cui è convinto di dover salvare il mondo da qualche misteriosa e imminente catastrofe, e aspetta un segno del destino per capire quale sia. Per questi motivi, i due protagonisti si ritrovano alla Nebedine Pharmaceutical and Biotech per testare ufficialmente le proprietà delle tre pillole brevettate dalla compagnia: la pillola A, che permette di rivivere il proprio trauma, la pillola B che permette di creare una realtà parallela per superarlo, e la pillola C, che permette di confrontare il trauma in ultima istanza, così da eliminarlo definitivamente – e qualcuno potrebbe anche considerare questi tre step come una sorta di rivisitazione delle fasi dell’elaborazione del lutto di Freud.
Ad ogni modo, la serie nel suo prosieguo prende dei connotati sempre più bizzarri, divertenti e destabilizzanti, portando lo spettatore all’interno di realtà parallele vissute dai protagonisti. Tema fondamentale è senza dubbio l’alienazione. Il setting della vicenda non poteva dunque che essere assegnato a New York, simbolo, da sempre, dell’alienazione e alterità della popolazione, con il suo inarrivabile skyline, che fa sentire chi lo osserva un pesce fuor d’acqua, e con la frenesia che porta la gente a non fermarsi e andare avanti senza curarsi troppo di ciò che sta attorno. Ma c’è di più: i comportamenti bizzarri dei protagonisti sono correlati da personaggi altrettanti strani, come robot che camminano per strada, o un koala meccanico che gioca a scacchi. Un dettaglio interessante è presente in una delle scene iniziali: Annie è in giro per New York, quando si ferma davanti ad una bancarella di roba usata e prende un libro, portandolo nel suo appartamento; in una delle scene successive si legge il titolo dell’opera : si tratta del Don Chisciotte. Probabilmente tutti lo sanno, ma in questo contesto è utile ribadire che il Don Chisciotte narra la storia di un cavaliere che combatte contro i mulini a vento credendo fossero nemici: una chiara storia di alienazione mentale. Il libro dunque diventa simbolo di ciò che i protagonisti stanno vivendo: una lotta mentale contro i propri demoni, in una versione tragicomica, come può essere quella di associarli a dei mulini a vento.
Il contesto della serie dunque risulta ben articolato dal regista, Cary Joji Fukunaga, che sarà inoltre il nuovo James Bond’s director (fonte BBC). Ovviamente tematica fondamentale è anche lo sviluppo estremo della scienza, capace di superare la mente umana e cancellare addirittura il dolore: tutto l’esperimento infatti è gestito da un computer talmente avanzato che possiede addirittura una sorta di anima e delle emozioni: il testing prende infatti una piega negativa e pericolosa per i personaggi quando il computer vive a sua volta il trauma della morte di un medico di cui era innamorata (il computer è dotato di una personalità femminile), e non riuscendo a superare tale dolore diventa anch’essa una maniac. La vicenda si complica poi, quando si scopre che la mente del computer è stata costruita ad immagine e somiglianza della madre dell’ideatore del progetto, il dr. James K. Mantleray, che a sua volta risulta traumatizzato dalla relazione morbosa intercorsa durante la crescita con la donna. In tutto ciò, dunque, si potrebbe leggere una critica alla società e all’eccessiva fiducia nella tecnologia che sta pian piano fagocitando le relazioni umane.
Una brillante interpretazione di Emma Stone e di Jonah Mill, le cui storie si legano nelle dieci puntante della prima serie in un meraviglioso intreccio, che è forse la parte più bella per la visione dello spettatore. Per conoscerlo ovviamente, però, bisogna vederlo con i propri occhi.
Sentivo ancora il ticchettio della tastiera del computer d’ufficio nella testa. Una cosa senza dubbio poco piacevole. Era la vigilia del mio primo giorno di ferie, e dentro di me la consideravo come fosse la vigilia di Natale. Ma non c’é relax senza un buon libro. Ultimamente ho letto dei libri che non mi hanno appassionato, che ho lasciato a metà. Mi sono un pó sentita come il protagonista di Se una notte d’inverno un viaggiatore, di Italo Calvino, dove il protagonista per un motivo o per un altro é sempre costretto ad interrompere la lettura di un romanzo per iniziarne un altro. O come Virginia Woolf, in Una stanza tutta per sé, dove nell’ultima parte del libro narra come abbia richiuso un romanzo perché le era passata la voglia di leggerlo. In ogni caso, la tyche ( leggi /tuke/) non perdona, come ci insegnano i greci, e ha voluto che mi venisse regalato un romanzo di Paulo Coelho: La Strega di Portobello. Perché no, mi sono detta. Devo dire che Coelho é un autore particolare: per certi versi alcuni dei suoi libri sono da considerarsi massime eterne da aforismario, per altri queste massime risultano troppo pesanti, a lungo andare. Ma ci sono libri di Coelho che sono vere e proprie storie, che ti fanno in qualche modo aguzzare l’ingegno e cercare un possibile significato, o morale, che l’autore stava perseguendo scrivendo. La Strega di Portobello, ad esempio, narra la controversa vicenda di Athena, una bambina adottata da ricchi genitori libanesi, prima che scoppiasse la guerra in Libano, e che risulta essere figlia non voluta di una zingara rumena. Coelho interroga con questo romanzo la natura dei rapporti interpersonali con il diverso e la ricerca incessante della propria identità, che può rivelarsi un percorso mistico. Raggiungere il punto più intimo del nostro essere, scoprendo parti nascoste che non avremmo mai pensato potessero esistere, può essere infatti un qualcosa di scomodo. Ma ancora più scomodo é fronteggiare un altro che non capiamo, una cultura diversa, un mondo estraneo a noi, che ci sembra quasi demoniaco. Ecco perché Athena diventa “la strega di Portobello.” Il tema dell’identità e della paura dell’altro sono senza dubbio temi attuali, con cui potremmo dilettarci per giorni, settimane. Bisogna avere più fiducia in se stessi e nell’altro, perché “ciascuno di noi possiede una parte sconosciuta che, quando si rivela, é in grado di compiere miracoli.” (Coelho, La Strega di Portobello).
Dunque, perché leggere Coelho durante le ferie?
1. Trovo che fare una vacanza sia un buon modo per fermarsi e disintossicarsi dai problemi, e Coelho ha un linguaggio rilassante, pacifico, che spinge alla meditazione. – Com’era quel consiglio famoso e super eccitante che bisogna seguire quando si vuole ritrovare se stessi? Ah si, mangia, prega, ama.–
2. Coelho affronta sempre tematiche interessanti, sotto una luce mistica, che permette al nostro inconscio, attraverso il linguaggio generale dell’autore, di indagare le questioni più intime che affliggono il nostro intimo, spingendoci ad una seria, ma leggera, riflessione.
3. Dobbiamo pur leggere qualcosa al mare, giusto? (Ironic tone)
Come dice Coelho, “Solo le anime forti si lasciano trasportare.”
I’ve always been skeptic about storytelling courses, first of all because I think there’s onlyone rule in writing: either you can write or you can’t. It’s the same thing for a painter: either you can draw and paint, or you can’t. All the rules in this world can’t teach you to be creative, art is something you can be expert of, but the capability to make a work of art is totally another story, and no one can teach you how to do that. Of course this is just my arrogant and useless opinion, I know.
Anyway, it happened that, being curious, I enrolled in an online course of storytelling whose aim was to “let me understand how a character could be interesting for publishers.” Let’s try, I said. Let’s see “how a character can become interesting,” let’s see if there are rules. Of course, I think, when we talk about money and publications there should be rules, otherwise there would be much more stories on the libraries’ shelves.
So, I enrolled. In the first lesson, focused on “what is narration,” I saw all my literary studies, in high school and university, and my two degrees become summarized in some little sentences, and I thought “oh my, there’s much more than that.” Then I thought “and if there’s not, I wasted a lot of money in my studies! I could just have learnt these two sentences and that would have been all!” But then I became polite and kind, and said that, at the end of the day, the amount of information was enough for an online course. There wasn’t enough time to develop the subject, maybe.
Then all the “students” have been asked to write a subject for a possible story. I wrote it. And the comment was “ do not write in first person, and do not address the hypothetical reader. Be outside your story.” And then “you have to develop another character, because it seems you have only one protagonist.” The thing was that I thought of a story in which there should have been only one protagonist. And that I did not want to write in third person, I wanted to engage the perspective of a character inside my story, and the subject I wrote was exactly giving that idea! You could tell me what makes a character interesting, or at least you can try to define people’s taste in some way, but you can’t tell how to write my story. Otherwise it would be YOU to write it. The funny thing was that the initial motto of the course was “you can write whatever you want. There are no rules.” Oh, well, except a thousand you will tell me along the way. I do not doubt that teaching how to write is an impossible task – that’s precisely what I think – but at least in trying to do that you should not contradict yourself.
So, here are a couple of stories of authors who have been said to write in a certain way and they didn’t’. And succeeded.
1.
“Writing is not a thing you should do for a living. You should marry a rich man and that’s all. Writing is not for women.” Something like that was said to Jane Austen and many others before and after her. Well, she never married and became a famous writer.
2.
In response of what has been said to me – “write in third person, and be outside your story” – I mention Fitzgerald and his Great Gatsby which is written in first person, engaging the reader, and – hear, hear – the narrating voice is a character of the story! To that I add Henry James’s style – see The turn of the Screw- and also Jane Eyre by Brönte, in which the narrating voice always addresses the reader, and talks to him.
To me it has been said “you are not the author of If on a winter’s night a traveler by Calvino, in which the author addresses the reader… True. But why can’t I write something like that? There’s a rule which says that I should not write in a “Calvino style”? Or “Henry James style”? Or “Fitzgerald style”? I guess that’s not a rule you can impose me, saying that that’s what will make my character more interesting, not to write in that style. But the teacher did.
3.
I don’t know if you have ever read The Malavoglia, by Giovanni Verga. Anyway, he is famous for having invented a new style of discourse which is called “free indirect discourse” that is a sort of direct speech in third person and without markers of report. One should have said to him “oh you’re breaking the rules of grammar here! You should not do that! Bad boy.” Well, in that case we would have lost a masterpiece and a new form of writing. But he wrote it anyway. And succeeded.
4.
James Joyce and his “stream of consciousness style.” No commas, no dots, nothing, for us to become crazy reading Ulysses. Someone should have let him know that it was grammatically incorrect? – sarcasm. He did it anyway, and succeeded.
5.
Virginia Woolf, not only followed Joyce and his narrative technique – or was he to follow her?- but also broke the scheme of narration, which was supposed to be made by stories of different events and much more longer in time that just one day: think of Mrs Dalloway, instead: the book is focused on just one day. No, Virgi, please, let’s do something following the rules and structure of narration!
I could mention many other authors here, but my point won’t change: there are no rules for creativity. And I know what you’re thinking: you’re not as good as those authors you mentioned. True. And I was not aimed at making any masterpiece. But judging a work of art is God’s job. If there were rules for artists – ‘cause writing is nothing else but art – we wouldn’t have innovation and we wouldn’t have works that change the perspective of the critic and become masterpieces. What if Jane Austen would have followed the rules? What if Fitzgerald would have listened to the publishers saying that his book would have been better “without that Gatsby character”? What if Verga would have used markers of report? What if Joyce would have kept the commas? What if Virginia would have done the same? Art is not conformist. Art is art. You can’t put art in a cage. You can’t have rules when it’s about art. Because that’s precisely the point in creating: making something different, making something new, to escape from the rules.
The Great Gatsby is perhaps one of the most famous classic American novels, often said to represent U.S. society in the 1920s. Yes, of course it is. But it’s also representative of a particular (critical?) idea of being American and what it means to be American: to be “the Great One,” chosen, with a manifest destiny to follow. But I’m not going to talk about that.
Instead, I want to talk about what else the book is about. It’s about love—and the idea of love. It’s about identity. It’s about change. It’s about looking back at the past and facing regrets. In this sense, the book is truly about humankind, because everyone, at some point in life, has felt those feelings.
Basically, here’s the plot: a man of poor origins falls in love with a woman who is far wealthier than he is. He doesn’t feel worthy of her because of their social differences. As a result, he creates a new identity for himself in order to be seen as the right man for her. But lies are never a good foundation for love, and eventually, everyone discovers he is not who he claims to be.
So my question is this: can you really be in love with someone if you don’t know who that person truly is? If you build a relationship on illusions and imagined versions of yourself, can you honestly claim to be in love with someone real?
Maybe the answer seems obvious. Maybe it isn’t. But what’s really great about this book is the irony Fitzgerald uses to talk about delusion and illusion, about dreams and broken dreams, about the past and the regrets that come with it. You can’t help but smile while reading, and it almost feels as though the narrator himself finds the whole story ridiculous as he recalls it: ridiculous that “the great Gatsby” would lose everything for a woman. And let’s be fair—it could just as easily be the other way around. It’s just as ridiculous for a woman to lose everything for a man. Crazy, right?
In the end, The Great Gatsby is about chasing the impossible: trying to be someone you’re not, and yearning to be loved by someone who doesn’t truly love you back. Gatsby is like Don Quixote fighting windmills. And that, I think, is the real lesson Fitzgerald leaves us with: love is a wonderful thing, but going mad for love is ridiculous. You might even have fun along the way—but it never ends well, especially for the one who loses themselves.
So don’t look back at the past with regrets. Enjoy the good memories, but don’t chase after them, just as you shouldn’t chase after someone in hopes of being loved. Love is something that happens—it’s never something you can force into existence.
Still, I truly enjoyed this battle against the windmills.
L’aria di primavera sembra finalmente aver raggiunto le sponde della nostra cara penisola: gli alberi rifioriscono, le rondini invadono il nostro cielo, l’allergia al polline ritorna, e tutta questa serie di elementi che si ripetono ogni anno sembrano suggerirci qualcosa: è ora di ricominciare. Se molti di voi sentono il bisogno di voltare pagina dopo un inverno di noioso letargo, magari per lasciarsi alle spalle una storia ormai finita, o per cambiare vita, partire, iniziare a fare il lavoro dei vostri sogni, o semplicemente staccare la spina e ritrovare un po’ l’allegria perduta e la speranza, ecco cinque libri che fanno al caso vostro, per rintanarvi in un’oasi di meditazione e aiutarvi finalmente a prendere la decisione giusta: dare una svolta alla vostra vita!
1.
Quando siete felici, fateci caso by Kurt Vonnegut
Quando siete felici fateci caso è un libro uscito per la prima volta nel 2015 e andato in ristampa nel 2017, edito da Minimum Fax. Questo testo raccoglie nove discorsi di Kurt Vonnegut tenuti a laureandi di diversi istituti americani tra il 1978 e il 2004. E’ un libro perfetto da leggere se si sta vivendo un periodo di smarrimento: infatti proprio in quello stato si trovano anche molti laureandi che dopo aver terminato gli studi si chiedono, “E adesso?” Beh, adesso è il momento di iniziare a vivere! Kurt Vonnegut spiega “come fare i soldi e trovare l’amore” o “come avere qualcosa che molti miliardari non hanno” o ancora “in che modo la musica cura i nostri mali.” Kurt Vonnegut spiega come imparare a godersi la vita, a tollerare la noia e a fermarsi ogni tanto, anche quando tutto sembra filare liscio, per dire a voce alta, “Cosa c’è di più bello di questo?”
2.
Indomite. Storie di donne che fanno ciò che vogliono by Pènèlope Bagieu
Indomite raccoglie quindici storie di donne che hanno compiuto imprese straordinarie, ciascuno nella propria epoca. Le storie sono raccontate dalla fumettista Pènèlope Bagieu e il volume è stato pubblicato da Bao Publishing nel 2018 ed è stata annunciata anche l’uscita di un sequel. Le figure allegre e colorate vi riempiranno di vita, vi rallegreranno pomeriggi opachi, e magari abbelliranno anche il vostro coffee table. Storie di gente che ci ha creduto e ce l’ha fatta, anche quando tutto intorno sembrava rivoltarglisi contro. Bagieu ci racconta, tra le altre, la storia di Wu Zetian, che da concubina riesce a diventare imperatrice della Cina, o Agnodice, primo ginecologo donna ad Atene, o Christine Jorgensen, primo uomo a diventare donna negli anni ’40, o la storia di Josephine Baker, spia durante la seconda guerra mondiale, e tante altre. Il punto è crederci sempre e rimanere indomite. Se sei viva, sei libera di costruirti una vita di successo.
3.
Storie della buonanotte per bambine ribelli by Francesca Cavallo
Se vi è piaciuta l’idea di mettere Indomite sul vostro coffee table, potrebbe piacervi l’idea di metterci anche Storie della buonanotte per bambine ribelli 2, di Francesca Cavallo, uscito a febbraio 2018. Già nella classifica dei best seller di Amazon, questo libro adatto a tutte le età è un toccasana per chi vuole ricominciare a credere in se stessa e a ritrovare la speranza. Al contrario di Indomite, Bambine ribelli è ricco di bellissime illustrazioni, ma non è un fumetto. Leggiamo di personaggi conosciuti come Audrey Hepburn, che per sopravvivere da ragazzina dovette mangiare fiori di tulipani prima di riuscire a diventare un’attrice di successo, Bebe Vio e J.K. Rowling, che racconta di quanto il fallimento sia stato cruciale per realizzare i suoi sogni, e cento altre avventure tratte da storie vere che ci fanno capire che possiamo ancora credere che chi di speranza vive non sempre disperato muore.
4.
L’equilibrio della lucertola by Giovanni Allevi
Giovanni Allevi non vive di solo piano: il musicista infatti ha scritto un libro, L’equilibrio della lucertola, edito da Solferino e uscito proprio ad aprile 2018. E’ una storia divertente, che al contempo può servire come ottimo food for thought, ovvero strumento di meditazione per tutti coloro che sentono vacillare i propri punti di riferimento. Capita a tutti prima o poi nella vita, ed è capitato anche a Giovanni che si rende conto di non riuscire a rimanere in equilibrio su un piede solo, metafora del suo senso di spaesamento, così comincia un percorso meditativo che lo porta a scoprire la simmetria che c’è nascosta dietro la vita, come tutto ciò che accade sia in realtà frutto di un ordine incomprensibile che però un giorno darà il senso sperato alle cose.
5.
Davanti agli occhi by Roberto Emmanuelli
Se invece in questo momento vi trovate di fronte ad un bivio, se siete confusi, insoddisfatti, se pensate di aver fatto delle scelte sbagliate, il libro giusto da leggere è Davanti agli occhi di Roberto Emmanuelli, edito da Rizzoli (2018). Luca, il protagonista, è un broker trentenne che ha rinunciato alla sua vocazione umanistica per inseguire il dio denaro, ma che in qualche modo si sente insoddisfatto. Ogni giorno rinnega una parte di se stesso per una felicità che doveva essere raggiunta in maniera più sicura, ma che sembra non arrivare mai. Sarà l’incontro con Mary a far rivalutare a Luca cosa è davvero importante nella vita. Scegliere quale strada seguire non è mai facile, e nessuno sembra avere una sfera di cristallo che suggerisca la via giusta. Se vi trovate ad un bivio, ascoltate il cuore.
Dunque, se la primavera vi fa venir voglia di ricominciare, di cambiare rotta, di tagliare i ponti con il passato, fermatevi per fare un respiro profondo, leggete un buon libro, coltivate la vostra immaginazione, poi però prendete la rincorsa e andate dovunque il vostro cuore voglia portarvi.
Vorrei parlare di questo con una certa allegria in corpo, come Mariangela Galatea Vaglio, in Didone, per esempio. Sono morta dal ridere, leggendolo. Immaginavo questo crazy dialogue di fronte a me, tra una Vaglio incazzata e una Didone inesistente. Oppure l’ombra di Didone, tornata a piangere dal regno dei morti. E Vaglio che le diceva “Eddai, non fare così,” oppure “Non ci si può ridurre così per il primo che passa!” E lei che, imperterrita, si lagnava.
Vaglio nel suo libro immagina piuttosto una “Didoneide” in cui la regina, scaricata dall’impavido Enea, (che non ha il coraggio di lasciarla e la abbandona perché è obbligato a seguire chissà quale grande destino – alias l’impero romano fallito), decide di dedicarsi a questioni più importanti, come il suo regno, e a non piangere l’amore perduto. Una Didoneide in cui la donna si rialza. Anzi, la donna in realtà non cade affatto. Un insieme di ironia, battute, e pensieri sensati, espressi con la crudezza di una cara amica che cerca di farti riflettere quando tu, palesemente, non riesci a ragionare.
E cito:
Sogno una Didoneide che ti renda finalmente giustizia, in cui lui ti abbandona, ma tu lo guardi andar via dalla terrazza della reggia con un sorriso pacato, finalmente conscia che il suo destino, sì, è quello di andar nel Lazio, e vada; anzi ti dispiace solo per quella povera disgraziata di Lavinia, che si dovrà sopportare pupo, suocera, amici e soprattutto lui, per invecchiare insieme con la sua tristezza cronica e la conversazione da sbadiglio. E mentre la nave si allontana all’orizzonte, di nuovo libera e di nuovo regina, convochi un bell’ufficiale della guardia, scattante e muscoloso, perché c’è da fare una ispezione al porto e contrattare le rotte con gli Etruschi, e rinnovare i sofà della reggia, programmare la rappresentazione teatrale per la sera … e la vita va avanti meglio senza quella lagna di Enea, su.
La “sindrome di Didone” è in realtà qualcosa di realmente esistente. Un mito, inventato un po’ dagli uomini, confermato un po’ dalle donne, che si incentra su una figura femminile di spicco, che suo malgrado si vede spezzata da un uomo. Alcuni l’hanno paragonata perfino ad Anna Karenina, la Tolstojana che abbandona famiglia e ricchezze per seguire un baldo giovine, e che poi, pentita e in miseria, decide di suicidarsi. Ma voglio affrontare questo argomento con allegria, dicevo.
Penso, poi, a quell’altra donna che guarda il mare, dalla finestra del suo palazzo ad Itaca. Cara Penelope, che non esci più di casa, che aspetti il ritorno di Ulisse, perché non parti anche tu per il mare, invece? L’epica classica è piena di queste donne mirabili abbandonate da prodi avventurieri… Però, diciamocelo, anche le donne sono in grado e possono abbandonare un uomo.
Comunque, la sindrome di Penelope è anche una malattia piuttosto accertata, che colpisce specialmente donne di una certa età, fomentandone la depressione per la perdita del marito, o l’invecchiamento. Queste donne tendono a non uscire più di casa, a non aver voglia di far niente, se non sospirare. Non parlano, non bevono, non si divertono.
Dunque, di cosa stiamo parlando? Di un amore che è poi una sindrome? La mente è uno strumento affascinante. Quante storie, quante motivazioni, quanti malanni riesce ad inventare. Creiamo ragioni per intristirci. Creiamo amori e idee, che non esistono. Aspettiamo qualcosa che non c’è. Samuel Beckett a questo proposito mise in scena una divertentissima play: Waiting for Godot. I quattro personaggi protagonisti si incontrato e discutono palesemente del nulla, e trascorrono le loro giornate aspettando questo famigerato “Godot,” che non verrà mai, che nessuno ha mai visto, che forse non esiste. Aspettano, trascorrono la loro vita aspettando su una panchina, nello stesso posto. Aspettano qualcosa che non esiste. Aspettano Godot. Forse qualcuno dovrebbe creare una sindrome anche per questo: “la sindrome di Godot.” Come se non ne avessimo già tante, di sindromi.
Anyway, lo sappiamo. Ci incateniamo in limiti che sono solo dentro la nostra mente. Quando la verità, l’unica vera prospettiva che dovremmo avere è che non ci si può intristire per qualcosa che non esiste. Didone, se Enea se n’è andato “per il Lazio” è perché, in fondo, non eravate innamorati. E Penelope, se Ulisse se n’è andato per il mare, e si è divertito con Circe, e poi con Nausicaa, e le ninfe, eccetera, eccetera, è perché, diciamocelo, i matrimoni erano un tantino combinati e probabilmente non era l’amore della tua vita. Dunque, Didone e Penelope, continuate a piangere per un’idea che non esiste. Rifletteteci, è come piangere una vita per un romanzo dal pessimo finale. L’avete letto, sapete che le fiction sono false, lo dice la stessa parola, FICTION! Dunque, è concesso dispiacersi appena arriviamo all’ultima pagina, e tutti muoiono. Ma non è concesso farlo per tutta la vita!
Allora curiamo la sindrome di Didone, e la sindrome di Penelope dicendo che è così che dovevano andare le cose. E che i ricordi è bello conservarli per quello che sono. E sono d’accordo con la Vaglio, cara Didone, l’ufficiale di guardia secondo me sarà un ottimo partito, meglio di uno la cui storia inizia scappando, prima da Troia e poi da te.
A chi lo consiglio: a tutte le donne, e anche agli uomini appassionati di classici. A chiunque abbia perso qualcosa, e a chi ha guadagnato qualcos’altro.
A chi non lo consiglio: ai criticoni. E a tutti coloro con la “sindrome di Enea.”
Ci sono momenti nella vita in cui ti senti a metà. Improvvisamente sei metà di quello che eri, metà di quello che sei, insicura su quello che sarai. Potrebbe essere una sensazione che si presenta a seguito di un cambiamento, un biglietto sola andata per chissà dove, un radicale risvolto della vostra vita. Ebbene se la fase è quella, un libro da leggere è Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie.
Ifemelu, la protagonista, racconta di come la sua vita sia cambiata a seguito del proprio trasferimento negli Stati Uniti da Lagos, Nigeria, e di come questo l’abbia trasformata in una vera “americanah,” parola che i ragazzi della sua città utilizzavano per descrivere un/una connazionale ormai ampiamente integrato/a nella società bianca americana. La storia di Ifemelu è intrecciata con quella del suo amore dei tempi dell’università, Obinze, che prova invece a cercare fortuna a Londra. Entrambi, con tempistiche diverse, capiscono che per quanto si possa fingere di essere qualcosa che non si è, per quanto si tenti di strapparsi di dosso il proprio essere, la propria pelle, e di ricucirne sopra una nuova, non si può realmente scappare da ciò che si è, perchè in ultima istanza esso verrà sempre fuori, ricordandoci con una vocina incessante nella testa, come un continuo martello tra i nostri pensieri, che stiamo sbagliando e che dovremmo invece lasciare che il nostro io si manifesti per ciò che è. E’ il problema di ciascun immigrato, andato via dalla propria terra, instauratosi da un parte diversa, più o meno vicina, della sua città d’origine. Lo sguardo estraneo della gente tende ad allontanare il diverso, “lo straniero,” quello che usa parole che non comprendiamo, che ha un accento diverso dal nostro, che veste diversamente da noi, che ha usi e costumi diversi, modi di dire diversi. Lo rigettiamo perché è nella nostra natura, è nel nostro istinto di difesa rigettare l’altro. E l’altro, invece, che vuole essere accettato, cerca di modificarsi, di scordare il proprio accento, i propri modi di dire, la propria lingua per diventare come te, che sei l’altro per lui/lei.
Non solo nel caso dell’immigrazione ma anche nel caso di una relazione a volte si tenta di diventare qualcosa che non si è per compiacere l’altro, e a metà di questo faticoso percorso di metamorfosi ci si rende conto che non è possibile, che tutto questo ci renderà infelici.
Nella vita di Ifemelu tutto viene gestito affinchè contruibuisca alla sua trasformazione in una vera americanah: il modo di acconciare i capelli, i fidanzati bianchi e di buona famiglia, o il black American d’eccezione, l’accento perso e la cadenza nasale americana guadagnata, la notorietà e il sogno americano che si realizza in una carriera professionale a Princeton, eppure Ifemelu non è felice. Ifemelu sente che per diventare una vera americanah ha infine perso se stessa, la vecchia sé. Così decide di ritornare alla ricerca di Obinze, e il finale non lo svelo.
Quello che queste meravigliose 500 pagine ci insegnano (che sono talmente belle da leggerle in due giorni) è che in qualsiasi posto ci troviamo, dovunque la nostra vita ci porti, qualunque siano i nostri sogni e la voglia di realizzarsi, di chiunque ci innamoriamo, non bisogna mai rinunciare a se stessi, perché sarebbe come fare un patto con il diavolo, come rinunciare alla propria anima, e questo non può che condurre all’infelicità.
Divertente, ironico e romantico, Americanah è la storia perfetta da leggere se si è perso qualcosa di importante e ci si sente smarriti. Un amore, un sogno, se si è lontani da casa, se si è confusi. Confusi e felici. Oppure no, persi. Sentirsi persi non è uno stato definitivo. E’ una catarsi, un momento transitorio della vita. Come il bruco che diventa farfalla. Bisogna perdersi per ritrovarsi.
Stop faking. Pretending to be what you’re not. Stop pretending to be “americanah.”
A chi lo consiglio: a chi ama leggere durante i weekend, o le sere di pioggia. A chi ha qualcosa a cui pensare. A chi è stressato perchè si sente solo. A chi è lontano da casa. Agli amori perduti.
A chi non lo consiglio: a chi preferisce i film horror. E a chi piace uscire il sabato sera, anche da solo.
8 Marzo 2018. Cosa leggere? Sembra sempre più difficile appassionarsi alle storie mentre il mondo fuori (e forse anche dentro) è sempre un po’ più a pezzi. E invece no! Mi sono letteralmente innamorata di un libro pubblicato questo 2018 che è in effetti un sequel di un grande best seller del 2017, che si chiama Storie della buonanotte per bambine ribelli 2, di Francesca Cavallo ed Elena Favilli, edito in Italia da Mondadori (io però ho letto la versione in inglese).
Quando si dice “tratto da una storia vera”: ebbene si, queste sono favole, ma sono tratte da storie vere, e non c’è niente di più bello per tirare su il morale a chi ha perso un po’ la speranza, o a chi non è ancora riuscito a realizzare i propri sogni, o a realizzarsi come avrebbe voluto nei propri sogni. Il messaggio di questo libro è proprio questo: c’è ancora speranza, puoi ancora farcela, solo non mollare!
Da Beyoncè a J.K. Rowling, Audrey Hepburn, Chimamanda Ngozi Adichie, Beatrix Potter e tante altre donne che ci hanno creduto e alla fine ce l’hanno fatta, questo libro è una guida per cuori testardi e ribelli che ogni bambina (o bambina cresciuta) dovrebbe avere sul proprio comodino.
Insieme alle favoleggianti e testardi gesta di queste eroine vere, il libro include delle illustrazioni fantastiche, accompagnate da citazioni originali che ci ricordano che non dobbiamo mai arrenderci. La favola per una donna non dovrebbe includere esclusivamente l’incontro con un principe azzurro, che diciamoci la verità, non esiste. L’amore è una bellissima favola, ma non dovrebbe avere l’esclusiva. Queste sono favole vere, quelle che dobbiamo raccontarci la mattina prima di uscire di casa e la sera prima di dormire: puoi raggiungere la felicità, bambina ribelle, anche da sola.
A chi lo consiglio: donne e uomini che vogliono lasciarsi ispirare da storie a lieto fine. Bambine e bambini ribelli di tutte le età.
A chi non lo consiglio: a nessuno, perchè dovrebbero tutti averne una copia!
Cronache di un italiano, la prima settimana di marzo 2018. Le vite di ciascuno scorrono autonomamente, distanti e isolate come in tutte le metropoli moderne. Eppure qualcosa le accomuna: la convivenza durante quest’ondata improvvisa di freddo siberiano. Forse finirà lunedì, dicono. I più gelidi dentro non se ne accorgono. E continuavo a vivere come se nulla fosse. I meteoropatici hanno un’aria più malinconica, i simpaticoni rimontano l’albero di Natale, dicono.
Cosa fanno i cuori solitari che rimangono in casa, a guardare la neve dalla finestra? Forse leggono un libro.
Il freddo siberiano è un ottimo contesto per leggere ad esempio ZERO K, di Don Delillo, autore americano di origini italiane, famiglia del Molise, pensate. Il freddo nell’anima (e nel corpo) e il tema principale del libro, Zero K infatti fa riferimento alla temperatura in cui i corpi si “congelano.” Zero K tratta della storia di Jeff e Ross, e poi di Artis e Emma. Ross è il padre di Jeff, e Artis è la sua seconda moglie, gravemente malata. Artis ha deciso di intraprendere una procedura di congelamento del proprio corpo volto poi al risveglio “in una nuova forma e vita.” Si tratta di un’impresa sperimentale in un luogo che viene chiamata the Convergence, al confine con il Kazakistan, dove questa fatiscente struttura si trova. Un modo per combattere la morte, per cercare di creare l’eternità dell’essere.
Il freddo siberiano, che arriva anche in Kazakistan, e i luoghi desolati della cittadina in cui the Convergence si trova si intrecciano poi con lo skyline newyorkese, che diventa il contesto della seconda parte del libro. Cos’è che accomuna i due contesti? La perdita dell’identità, la solitudine e l’anonimato delle vite che passano e si intrecciano senza scambiarsi poi così tante informazioni, o sensazioni. Da una parte New York e il suo vociare indistinto, il suo cambiare continuo, la sua velocità, che sono le caratteristiche della vita di Jeff, e dall’altra una donna che sta per congelare la propria anima non sapendo chi sarà al suo risveglio.
Chi siamo, cosa diventiamo quando il freddo siberiano ci congela l’anima, quando ci nevica dentro e neanche ce ne accorgiamo? E può succedere anche in un giorno di sole, in piena estate, mentre passeggiamo per strada, e incrociamo lo sguardo di uno sconosciuto che ci cammina accanto, e non sappiamo chi è, ma ha la neve dentro.
A chi lo consiglio: incurabili malinconici, pensierosi. Appassionati di sci-fi. Ai flâneur nell’animo. A chi ama passeggiare in solitudine.
A chi non lo consiglio: Ai pragmatici. Ai cinici. A chi legge solo citazioni sul web per farsi figo.
Tutte le cose tendono a cambiare se le guardi da una prospettiva diversa, e l’amore non fa eccezione.
Vienna, Museo del Belvedere. La cosa più attrattiva, le opere di Gustav Klimt. Da “Judith” al “Bacio”, a “Vita e Morte”, la romantica visione di Klimt sembra avvolgersi in un alone tenebroso e malinconico, come di un animo tormentato.
Cosa lo tormenta? La donna, l’amore? L’arte permette di fantasticare più di qualsiasi altra cosa e creare delle storie attorno alle cose che non esisteranno mai. Come assuefatta dai colori, la protagonista di questo viaggio alla scoperta dell’amore secondo Klimt, al Museo di Belvedere di Vienna, viene attratta dall’angolo più maestoso, sovrastato da una teca che protegge dalle storie insulse dei viaggiatori il dipinto che fa da epiteto dell’amore secondo l’artista: il Bacio.
Una scolaresca ostruisce la visione. Giovani statunitensi venuti da oltreoceano avevano invaso l’altarino dell’artista, e contemplavano la figura ascoltando le parole di un’esperta. Capelli grigi, media statura, espressione teatrale. Pareva essere una donna sulla sessantina. L’esperta per spiegare “l’amore secondo Klimt” inizia a raccontare un aneddoto:
“Ero giovane. Venuta qui, come oggi, per spiegare cosa Klimt intendesse realmente dire con questo quadro. Notate la figura della donna, inginocchiata su questo tappeto verde, che simboleggia la libertà a contrasto con lo sfondo scuro? Notate come la figura dell’uomo sovrasta quella della donna, e le cinge la testa, per darle questo bacio, che però lei sembra fuggire? La donna ha gli occhi chiusi e un’espressione quasi sofferente, e quelle braccia quasi la soffocano, avvolgendola. Guardate come la mano di lei sembra trattenere le braccia di lui. Non è un bacio voluto, è un bacio sofferto, soffocante. Questa è la visione dell’amore passionale di Klimt. Quando lo dissi, una ragazza si mise a piangere in fondo al gruppo. Io le chiesi ‘Perché piangi? Che succede?’ Lei mi rispose ‘Dottoressa, ha rovinato un sogno. Questo quadro è il simbolo dell’amore con il mio compagno.’ Cosa dovevo rispondere, se non ‘mi dispiace?’”
Quello che la protagonista della ricerca pensò, ascoltando la spiegazione del quadro, fu che, al di là di tutto, l’amore è un’esperienza che coinvolge ogni particella del nostro corpo, quando è vero. E’ qualcosa di totalizzante, che molto spesso corre il rischio di annullare chi lo prova, di inglobare tutto il resto, sogni e aspettative, per un sogno comune. E in effetti questa prospettiva non si dissocia molto dal significato del quadro di Klimt. Ma questo non è l’amore, è la degenerazione dell’amore. Come nella Politica di Aristotele, ogni forma di idea ha la sua degenerazione.
San Valentino 2018: c’è chi lo passa da single, chi ha perduto l’amore, chi ne sta vivendo uno nuovo, e chi, come William Shakespeare ha perso addirittura se stesso.
Infatti, da qualche anno, le più svariate teorie hanno messo in dubbio l’identità dell’autore di Romeo e Giulietta. Nel 2009, infatti, diversi studi hanno prospettato la possibilità che Shakespeare non fosse neanche inglese.
“Gli anni perduti di Shakespeare” – 1585-1592 – scrive Bill Bryson nella sua biografia dell’autore “sono realmente perduti.” Questa è forse la frase più emblematica da cui partire quando ci si chiede chi era realmente William Shakespeare. Più effimera dell’amore stesso, di cui Shakespeare è il più famoso cantore, sembra proprio la sua stessa persona. La storia che tutti ci hanno raccontato è che Shakespeare è nato a Stratford-upon-Avon il 23 aprile 1564 e che è morto sempre il 23 aprile 1616. Bill Bryson ci dice che probabilmente, dato che in Inghilterra non si utilizzava ancora il calendario gregoriano, a differenza del resto d’Europa, quello che in realtà era considerato il 23 aprile secondo il calendario gregoriano sarebbe stato invece il 3 maggio. In ogni caso, partendo da questa strana simmetria di nascita e morte nel destino di Shakespeare – che sembra piuttosto essere stata congetturata a tavolino – Bill Bryson ci dice che il giovane di Stratford ha frequentato la grammar school fino intorno ai 15 anni, e che tale grammar school era in realtà piuttosto prestigiosa, ci insegnavano vari docenti di Oxford e Shakespeare ha avuto la possibilità di studiare il latino. Intorno ai 18 anni Shakespeare sposa una certa Anne Hathaway, ha tre figli con lei, e intorno al 1590s abbandona la famiglia per andare a Londra, non si sa come e perché, forse dopo aver incontrato una compagnia teatrale giunta nei pressi di Stratford. Qui intraprende la carriera di attore e poi di commediografo.
21 delle sue opere sono ambientate in Italia, a Verona, Venezia, Roma e Messina. Shakespeare descrive l’Italia in maniera impeccabile. Strano per uno che non ha mai visto nessun’altro luogo al mondo, a parte Stratford e Londra. La coincidenza ancor più stravolgente è che la sua commedia Much Ado about Nothing è l’esatta traduzione di una commedia scritta in siciliano da un certo Michelangelo Florio, intitolata proprio “Tantu Scrusciu pii nenti” (tanto rumore per nulla, ndr.) La cosa ancora più sconcertante è che tale Michelangelo Florio era figlio di Giovanni Florio e Guglielma Scrollalanza, e che il nome di quest’ultima è l’esatto calco del nome William Shakespeare (Guglielmo – Willam, Shake-speare – Scuoti-lancia). Coincidenze? That’s weird!
Una seconda teoria associa Shakespeare alla figura di John Florio, un colto italiano che dovette fuggire in Inghilterra per motivi religiosi. Egli è autore del famoso A World of Words– un mondo di parole, noto dizionario italiano-inglese in cui figure retoriche usate da autori quali Dante e Boccaccio vennero rese comprensibili al pubblico. In Primi Frutti Florio iniziò a sperimentare tecniche di creazione linguistica, dando un importante contributo allo sviluppo della lingua inglese. Queste tecniche di creazione linguistica sono state individuate da molti anche nelle opere di Shakespeare, cito ad esempio lo studio di Laura Orsi (2016) presso l’Accademia Galileana di Scienze, Lettere ed Arti, che si concentra proprio su un’analisi comparativa tra il processo di creazione linguistica nelle opere di Florio e quelle di Shakespeare. In altre parole, secondo questa teoria, William Shakespeare non era altro che un prestanome per John Florio, perché in effetti un William Shakespeare di Stratford-upon-Avon è esistito.
Ora, sorgono spontanee due domande. Perché, nella prima teoria, l’autore avrebbe dovuto fare il calco del nome della madre? Dicono, suonava meglio rispetto a quello del padre. Questa giustificazione sembra, tuttavia, un po’ scarna di contenuti. Se invece crediamo alla seconda teoria, quale sarebbe la ragione per cui un John Florio già impegnato nel mondo culturale e della scrittura, avrebbe dovuto nascondere la sua attività da drammaturgo?
Da uno studio dei testamenti rispettivamente di John Florio e William Shakespeare sono venute fuori due figure opposte di uomini: l’uno preoccupato a chi dover lasciar i suoi numerosi libri, l’altro molto più pragmatico, preoccupato a chi lasciare i proprio mobili, senza fare accenno a libri o elementi culturali nella sua vita al di fuori del teatro.
Robert Greene, contemporaneo di Shakespeare, in una famosa nota riguardo l’autore, lo descrive come un “corvo”, venuto fuori dal nulla, che pensava di essere l’unico “shake-scene” (scuoti-scena, ndr) del Paese. Da qualche parte, viene da pensare, tutte quelle informazioni sull’Italia, sulla Danimarca, sulla Francia deve averle prese. Quelle storie, qualcuno deve avergliele raccontate. Un corvo? Forse. Un ladro? Forse. Italiano? Forse. In quel caso sarebbe il corvo, ladro, italiano più scaltro della storia.
Si conquista così la prima posizione per incassi nelle sale italiane The Post di Steven Spielberg: a pochi giorni dall’uscita il film incassa 2.313.899 euro in 489 sale, con una media per sala di 4.731 euro. Senza dubbio una componente importante per raggiungere il successo sarà stata la splendida performance dei due main characters – Ben Bradlee (Tom Hanks) ed Katharine Graham (Maryl Streep) –eppure, a volte, nel successo bisogna cercare radici più profonde, motivazioni migliori che giustifico il perché bisogni classificare migliore qualcosa piuttosto che un’altra. Il New Yorker ha definito il film come “un’ode al giornalismo,” il New York Times lo ha definito come “il trionfo della democrazia sull’oscurità.” Perché? Si potrebbero avanzare due ragioni, legate alle tematiche piuttosto attuali che il film rappresenta, pur essendo ambientato negli anni ’70: la libertà di stampa, e il ruolo delle donne nella società.
Evitando i più superflui spoiler (conviene andare a vedere il film!), basterà dire che esso rappresenta un momento difficile nella storia del giornalismo americano, quando il New York Times e il Washington Post dovettero decidere se pubblicare o meno dei documenti che presentavano importanti segreti di Stato circa la guerra in Vietnam (i famosi Pentagon Papers). Entrambe le testate decidono di pubblicarli, andando incontro ad un’udienza che li vedeva fronteggiare nientepopodimeno che il Presidente degli Stati Uniti Nixon. Libertà contro tirannia. Diritto alla verità. Chiamatelo un po’ come volete. La storia ci dice che vinsero.
Nascoste tra preoccupazioni e segreti di stato, ci sono nel film alcune battute che si riferiscono alla posizione di publisher ricoperta da Katharine Graham: in quanto donna, non era previsto. E’ stato un incidente averla dovuta mettere lì. Come fai ad avere un lavoro e a gestire le preoccupazioni di casa, Kat? Le dice un’amica dopo cena, mentre gli uomini si erano rintanati in una stanza a discutere di business e a fumare sigari. Come si fa ad essere leader e donna? Si fa. Come fa un uomo, ostentando polso duro e sicurezza nei momenti difficili. Being confident. Non c’è altro modo, se non questo.
E’ proprio Katharine che deve prendere la decisione finale, pubblicare o no i documenti? Rischiare il tutto per tutto per amore della propria professione, o no? Katharine decide di si, e a ruota libera la seguono tutte le principali testate americane. Una piccola rivoluzione, iniziata in qualche modo da una donna.
Si commette a volte l’errore di pensare che tutto questo sia finito. Che oggi nessuno storce il naso se sei leader e sei donna. Ma non è così. Business e smalto alle unghia in certi campi non viene ancora considerato un dignitoso connubio.
Il New York Times e il New Yorker hanno definito questo film particolarmente attuale, facendo riferimento al governo Trump, alla libertà di stampa e al sottile labile tra verità e menzogna nelle testate giornalistiche.
Più che dare adito all’istinto demagogico, condivisibile o meno, bisognerebbe focalizzarsi forse sull’importanza dei concetti che il film trasmette. A volte concetti come la “libertà” o “il diritto di espressione” perdono valore e cadono nell’ombra senza che ce ne accorgiamo. L’interesse politico e l’attualità è senz’altro un fattore importante su cui riflettere quando ci si trova davanti a produzioni e creazioni artistiche di qualsivoglia genere, ma bisogna anche riflettere sull’importanza macro del messaggio. Riflettiamo ad esempio su cosa voglia dire “libertà” e sul valore che abbia la protezione di questo diritto. Libertà di dire la propria, di conoscere la verità, di occupare una determinata posizione, al di là del proprio genere sessuale. Libertà di non aver paura di essere se stessi. Libertà d’essere e d’esprimersi. Libertà di sognare qualcosa di migliore, senza limiti.
Qual è la chiave di successo di questo film? L’ode alla libertà, a cui ognuno di noi, consapevole o meno, tende l’anima. Per qualsivoglia ragione, nel piccolo e nel quotidiano ognuno ha lottato per preservare i propri sogni, la propria libertà d’azione, d’espressione, di progettare. Ognuno ha lottato almeno una volta nella vita contro dei limiti che gli erano stati imposti. Ognuno di noi è stato almeno una volta nella vita Katharine Graham o Ben Bradlee. Ognuno di noi riesce ad immedesimarsi nei panni di uno che ha lottato per difendere un’idea o un pensiero. Colpevoli di essere complici nella lotta per difendere la libertà. Tutti insieme nell’aula di tribunale, in quel film, e nella vita reale, con i colleghi del Washington Post.
A seguito dei vari scandali che hanno chiuso il 2017 circa la questione degli abusi sessuali sulle donne, il magico mondo del web si è colorato di manifesti recanti il motto “Time’s Up,” come a dire “l’ora è giunta.” Per cosa? Qualche catastrofe aliena sta per abbattersi sul nostro pianeta? Hanno inventato la macchina del tempo? Una nuova influencer sta per spodestare la Ferragni dal trono e guidarci verso nuovi orizzonti del web influencing? Non proprio.
Entrando nel lineare sito web di Time’s Up si legge che una nuova comunità a favore e sostegno delle donne vittime di abusi sessuali è nata, una nuova comunità di supporto legale per donne vittime di tali esperienze viene adesso offerta, e che i tempi sono maturi per cambiare le cose, e per non permettere più che tali esperienze vengano vissute.
Qualche anno fa, era già nata un’altra associazione mondiale che sponsorizzava l’uguaglianza di genere e il rispetto per le donne e che vedeva come “world ambassador” la famosa Emma Watson: mi riferisco a HE FOR SHE, fondata da UN WOMEN. HE FOR SHE non si rivolgeva solo alle donne, bensì anche agli uomini, perché prendessero una posizione per sostenere l’uguaglianza di genere e le pari opportunità per uomini e donne.
Una cosa è certa, che i tempi sono maturi per un cambiamento lo hanno detto anche molte altre autrici e voci note di fama mondiale, ma in questo articolo ne citerò solo tre: Chimamanda Ngozi Adichie, Roxanne Gay e la giovanissima Tavi Gevinson. Tutte e tre hanno tenuto mirabili TED Talk su cosa voglia dire essere femministe, e unendo insieme le loro prospettive viene fuori una rete di concetti collegata che punta nella stessa direzione: Time’s Up, i tempi sono maturi per un cambiamento.
“We should all be feminist,” dice Adichie. Certo, ma cosa vuol dire “feminist”? Adichie racconta storie tratte da storie vere della sua infanzia, e dice come abbia scoperto da ragazzina di essere femminista senza neanche sapere il significato di quella parola. Era palese, però, che quando il suo amico Louis la accusò di esserlo (si, accusò) non era un complimento, perché “femminista,” è un concetto che si porta dietro così tanti stereotipi negativi…
Un giornalista spiegò ad Adichie che una “femminista” è una donna frustrata che non riesce a trovare marito. Una femminista non porta i tacchi, non mette il rossetto, non indossa minigonne. Una femminista è una che pensa di essere migliore di un uomo. Sul dizionario la piccola Adichie scopre che “femminista” è una donna che si batte per l’uguaglianza di genere. Ma ad Adichie piace mettere il rossetto, piacciono i suoi tacchi alti, piace farsi bella per se stessa, ma nonostante questo, sì, è una femminista perché crede che uomini e donne debbano essere trattati come pari, ciascuno preservando la rispettiva mascolinità e femminilità. Il problema del concetto di genere, dice Adichie, è che si focalizza su ciò che dovremmo essere e non su ciò che siamo realmente.
“Sono una cattiva femminista” dichiara Roxanne Gay, “perché non odio gli uomini e ascolto canzoni rap mentre vado al lavoro.” C’è infatti questa convinzione che una femminista debba odiare gli uomini. Che voglia imporsi su di loro. Ma non è cosi, dice Gay. Una femminista è una che lotta per l’uguaglianza e le pari opportunità per entrambi, uomini e donne. E il problema vero non sono gli uomini che rendono deboli le donne, è la società che fa credere che le donne debbano esserlo, che debbano dire si, anche quando vogliono dire no. Uomini e donne, dunque dovrebbero dire no. Essere femminista, dunque, non è una questione femminile (come negli anni ’70 la si definiva), è una questione umana, di uguaglianza.
Nel 2005, la piccola e brillante Tavi Gevinson riguardo il femminismo diceva “I’m still trying to figure it out,” sto ancora cercando di capirci qualcosa. Per Gevinson essere femminista è un processo in fieri, una discussione mai chiusa, una conversazione tra le parti. La società, dice Tavi, presenta spesso dei modelli di super-donna che poi sono piatti. E le donne si infastidiscono di essere considerate piatte. Invece le donne sono complicate, dice lei, ma non perché sono donne, ma perché sono persone e le persone sono complicate! Si tende a dare al termine femminista l’unica connotazione negativa della donna che odia gli uomini e non segue la moda, una donna che non è femminile. Eppure, dice Tavi, non è così. Il femminismo è una questione aperta a tutti, e we’re still trying to figure it out, perché non abbiamo le risposte a tutte le domande.
“Femminista’” dice Adichie “è un uomo o una donna che lotta per l’uguaglianza e le pari opportunità.” E continua, “dobbiamo educare i nostri figli, maschi e femmine, non secondo il genere, ma secondo le loro abilità.” Un tempo il mondo era naturalmente governato dagli uomini perché si basava su una legge di forza fisica, e l’uomo è più forte della donna fisicamente (con dovute eccezioni, dice Adichie), ma oggi bisogna essere creativi, brillanti ed intelligenti, e uomini e donne hanno pari opportunità di esserlo.
I tre discorsi si uniscono in diversi punti: 1) la connotazione negativa dell’essere femministi è data dalla società, che induce a pensare che sia giusto che uomini e donne, in quanto diversi, abbiamo ruoli differenti nel mondo 2) che tuttavia il concetto di “femminista” è una presa di posizione verso l’uguaglianza di genere e le pari opportunità, piuttosto che una presa di posizione delle donne contro gli uomini 3) che i tempi sono maturi perché le connotazioni negative dell’essere femminista lasciano il posto ad una presa di posizione unitaria, di uomini e donne, per le pari opportunità in tutti gli ambiti della vita.
Nessun libro che parla di donne e indipendenza può essere più attuale di “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf. Me ne rendo conto mentre a caso, nel giorno dell’anniversario della sua nascita (25 gennaio) risfoglio curiosa le sue pagine. Me ne rendo conto fin dall’inizio, quando la ritrovo seduta sulla sponda di un fiume a pensare a cosa rispondere quando le viene chiesto di parlare di “women and fiction,” donne e la loro relazione con la scrittura. Me ne rendo conto quando, fuori dalle porte di Oxbridge descrive lo sguardo stranito di un uomo che le passa accanto e la vede seduta sulla sponda. Quando vede le porte della biblioteca chiuse alle donne e pensa a quanto sia brutto essere chiuse fuori, e a quanto possa esser peggio rimanere chiuse dentro. In ogni caso, sei sempre rinchiusa da qualche parte, in una condizione o stato dal quale non puoi uscire. Me ne rendo conto ancora quando al college di Oxbridge con Mary Beaton, si ritrova nuovamente chiusa in una stanza, mentre gli uomini discorrono in solitudine di questioni più importanti e di economia. Me ne rendo conto quando ripensa agli effetti della “povertà sulla mente,” e cerca di spiegare per quali condizioni uomini e donne hanno un destino diverso, un’educazione diversa, possibilità economiche diverse.
Tramite una magica finzione letteraria, Virginia Woolf tratta di temi importanti con la leggerezza di un passero in volo. E spiega come per Mary Beaton (personaggio fittizio) sarebbe impossibile praticare gli ozi altolocati degli uomini, perché sua madre non le ha lasciato abbastanza denaro per essere indipendente. E d’altronde, come avrebbe potuto? Se anche ne avesse avuto l’ingegno, la maternità l’avrebbe frenata almeno per una decina d’anni, dovendo crescere tredici figli e dedicarsi completamente a loro almeno fino al sesto anno di vita, perché “sembra non stia bene lasciar scorrazzare i figli per strada.” E mi rendo conto di quanto sia attuale, se pensiamo che la maternità e la carriera ancora oggi per molte donne sono elementi di difficile connubio.
E ancora, quando passando una giornata alla British Library, con l’etereo personaggio Mary Seaton si rende conto che le donne sono il soggetto di molti libri scritti da uomini, ma ben pochi se ne trovano di libri, su quegli scaffali, scritti da donne. E, soprattutto, la maggior parte dei libri che trattano della figura femminile sono scritti con rabbia. E Virginia/Mary, leggendo quelle pagine rabbiose, si infuoca di quella stessa rabbia. E conclude che forse la rabbia deriva dalla paura di sentirsi defraudati della propria autonomia, della propria superiorità. Che quegli uomini che scrivono con rabbia forse partono proprio da quella stessa paura. Non bisogna scrivere con rabbia per essere imparziali e descrivere una situazione, dice Virginia/Mary. Perché la rabbia non è imparziale.
E poi ripercorre la storia, e pensa al perché quegli scaffali siano spogli di scritti di donne. E se Shakespeare avesse avuto una sorella, diciamo Judith, quella sorella sarebbe potuta diventate poetessa come il fratello? Prima di tutto, le donne non potevano ricevere un’educazione al pari degli uomini. E persino ai tempi della Woolf era difficile che potessero essere ammesse all’università. E se anche Judith Shakespeare fosse riuscita, come il fratello, a scappare nella grande Londra e a tentare una carriera in teatro, il suo unico destino e la sua unica possibilità di sopravvivenza sarebbero stati un matrimonio e dei figli. E così che in questa triste storia la sorella di Shakespeare si toglie la vita.
E analizzando i grandi classici dell’ottocento, Virginia Woolf inneggia a figure come Jane Austen, le sorelle Brönte, George Eliot, che non avendo una stanza tutta per sé potevano aspirare solo alla scrittura di mirabili romanzi, non trovando abbastanza concentrazione per la poesia. E tutte insieme le donne che impugnano la penna dovrebbero portare un fiore alla tomba di Aphra Behn, la prima coraggiosa che osò dedicarsi alla scrittura.
E poi Virginia Woolf analizza un finto romanzo contemporaneo, della finta Mary Charmichael, che certo non è brillante come le sue antenate, ma che magari, tra cento anni, se avesse soldi e una stanza tutta per sé, potrebbe diventare geniale.
Allora secondo quale prospettiva bisogna guardare al rapporto uomo-donna, e alla possibilità del loro ruolo nella società? L’androginia, risponde Woolf. L’equilibrio mentale che porta l’essere femminile e l’essere maschile ad accettarsi l’un l’altro, ad unirsi in un’unica prospettiva di uguaglianza, per essere geniali. E ancora, mi sembra un discorso contemporaneo, se pensiamo alla campagna femminista HE FOR SHE, che sembra proprio riferirsi ad un suggerimento “androgino.”
Alla donna, dice Virginia, chiudendo il suo saggio, servono cento anni, una stanza tutta per sé, dei soldi e la possibilità di alzare la sua voce senza che essa venga soffocata dalla società. Cento anni, del tempo. Una stanza tutta per sé, l’indipendenza. Dei soldi, la libertà economica.
“Funziona cosi. Che arriviamo a un punto. Prima di quel punto, ne abbiamo la certezza assoluta: è già successo tutto.” Un punto. Un momento. Per quanto il romanzo di Chiara Gamberale, Adesso (2016), racconti storie e tormenti interiori di diversi personaggi, protagonista assoluto del libro è un momento: il momento in cui ci si innamora, “adesso,” per l’appunto.
L’unico momento in cui non troviamo una definizione esatta alla nostra vita, un momento di cui non conosciamo le conseguenze, non conosciamo i risvolti: il presente. Definire il presente equivale a definire l’indefinibile: si tratta di uno schizzo più o meno fedele della nostra vita, non ancora archiviato, non ancora totalmente definito, un momento in cui il nostro essere e i suoi limiti sono in fieri, nella libertà di un atto in potenza che non si è ancora verificato.
Definire l’amore, forse, equivale un po’ a definire il presente. Indefinibile. Per alcuni l’amore è una sensazione, per altri una propensione, per altri una disgrazia, una maledizione. Ognuno vede una faccia diversa dell’amore, come un prisma che riflette se stesso su uno specchio. Siamo confusi dalle sue mille forme. Gamberale si ferma ad osservare un momento, il momento in cui qualcosa dentro di noi scatta ci cambia per sempre.
A chi ama le parole, mi piacerebbe presentare un’immagine sintomatica: una lingua contiene un numero ingente di parole, ciascuna con un proprio significato. Eppure è interessante osservare come le parole vengano condizionate dalla loro versione connotata o denotata. La connotazione è il significato particolare che assume una parola in un determinato contesto. La denotazione è il significato “base” della parola, solitamente tra le prime riga nella spiegazione sul dizionario. L’amore è la connotazione che diamo alle persone. Così Chiara Gamberale scrive: “E’ che ci sono sette miliardi di persone, al mondo. Ma fondamentalmente si dividono in due categorie. Ci sono quelle che amiamo. E poi ci sono tutte le altre.” Ci sono due categorie, denotati e connotati, tutti gli altri e le persone che amiamo.
I protagonisti principali sono Lidia e Pietro, entrambi reduci di un matrimonio fallito. Un trauma che impedisce loro di provare nuovamente ad impegnarsi in una relazione amorosa. Non solo, Lidia non riesce a dire addio a Lorenzo, il suo ex marito, eterno adolescente come lei. I due non riescono a fare a meno l’uno dell’altra, ma hanno deciso di lasciarsi perché solo così riuscivano “a stare insieme per sempre.” Poi c’è Luca, Valentina, il francese di Santa Crùz, Rosemary, Kate, Tommaso e gli “amici dell’Arca di Noè,” tutti bloccati nel loro “adesso.” Tutti incapaci di accettare il cambiamento, o perfino di crearne uno.
Cos’è l’amore? E poi, quand’è che finisce davvero l’amore? Domande che la Gamberale lascia trapelare tra le riga del suo romanzo, che guizzano fuori dalle parole e che cercano disperatamente una soluzione. Ci verrà data una soluzione alla fine della storia? Le problematiche principali, in fondo, sono due: l’amore e il cambiamento, la gestione di quel momento in cui nel bene e nel male l’equilibrio (o lo squilibrio) a cui eravamo abituati magicamente (o tragicamente) si spezza. Cosa succede in quel momento?
Il cambiamento poi è legato all’immagine del cadere. Fall in love, penseranno i romantici. Fall, cadere. In un frammento in cui Chiara Gamberale descrive i dubbi di Lidia quando si accorge di sentire qualcosa per Pietro, leggiamo questo: “[…] qui finisce che cado. E cosa succede, se cadi? Succede che magari cambio.”
Cambiamo quando ci innamoriamo o ci disinnamoriamo? Forse si. Forse è questo che spaventa dell’amore.
In terza persona, narrazione continua, mai spezzata da numeretti di capitoli che ci possano far perdere il filo del discorso, scorrevole, da leggere tutto d’un fiato, arriviamo all’ultima pagina, cercando disperatamente una risposta che ci dica cosa fare adesso, adesso che è tutto finito, adesso che è tutto cominciato. Cosa fare, se adesso siamo cambiati? Possiamo tornare indietro? Come facciamo ad evitare il panico del cambiamento? Chiara Gamberale, e adesso? Cosa si fa Adesso?