
Quando chiudo L’Educazione di Tara Westover resto “un momento o due in silenzio[1]” – come si legge ne Il mestiere di scrivere di Raymond Carver, quando l’autore descrive lo stato in cui versa uno scrittore o un lettore dopo aver terminato un’opera di un certo spessore. Mi ripeto che quella che ho letto è una storia vera, un memoir, e resto un attimo in raccoglimento per ordinare i tanti pensieri e i tanti argomenti per cui questo libro è stato un ottimo spunto di riflessione.
Cerco la versione originale dell’opera – in inglese. Il titolo è Educated. Sorrido: è un po’ diverso da L’educazione, sussurro tra me. Educated ha, secondo me, un significato più forte, più preciso, più giusto. Educated è un participio passato che indica lo stato di una persona che ha subito una trasformazione: è stata “educated.” Come indicheremmo medesimo significato in italiano? “Istruita”? In un attimo mi trovo di fronte al paradosso principale di questo libro, la domanda centrale inespressa che aleggia sul testo, si nasconde tra le trame dell’inchiostro: cosa vuol dire che è stata “istruita”? Ha qualcosa a che fare con “la costruzione di un’opinione”? Con “l’ammaestrare la mente”? Sul dizionario Treccani alla voce del verbo “istruire” si legge, tra i significati, “Far apprendere, con un insegnamento teorico o pratico, e di solito organico, una serie di nozioni relative sia a una materia […]” o ancora “Informare, dare consigli, suggerimenti, soprattutto riguardo a ciò che si deve fare,” o piuttosto “Nel linguaggio giur., i. un processo, una causa, raccogliere prove, documenti, deposizioni”[2]; si tratta, quindi, dell’acquisizione o raccolta di nozioni, e il tema principale è se l’acquisizione di tali nozioni, impartite in maniera più o meno oggettiva, contribuiscano a creare “libertà di pensiero,” o “guidino” il pensiero verso una direzione piuttosto che un’altra.

Tradurre il titolo originale con L’educazione (per quanto ammetta che sia una versione molto più accattivante di un potenziale “Istruita”) fa sì che si perda nel processo di traslazione linguistica quella sfumatura di cambiamento personale, e ci si concentri sul ruolo generale dell’educazione, intesa come istruzione, ricalcando la parola inglese education, e quindi si faccia presente quanto l’istruzione sia importante nel processo di definizione di un individuo.
E’ un tema che mi è molto a cuore: io credo fermamente che l’istruzione possa salvare una vita, possa cambiarla e portarla in direzioni che altrimenti non sarebbero state possibili.
In breve, la storia di Tara è quella di una ragazza nata all’interno di una famiglia di mormoni, che non crede nell’istituzione della scuola pubblica o della medicina tradizionale, che è contraria agli ausili dello stato e applica alla lettera i precetti della propria religione, facendo conserve di cibo tutto il giorno, costruendo rifugi per l’avvento della Fine del Mondo, e fondamentalmente non facendo andare a scuola i figli, ma piuttosto facendoli lavorare nella discarica di famiglia o nella produzione di oli essenziali omeopatici – attività, quest’ultima, della madre di Tara. Tre dei sette figli dei Westover si “ribellano” e decidono di iscriversi al college, nonostante non fossero mai andati a scuola, facendo l’esame di ammissione in qualità di privatisti. Tara, grazie al supporto di uno dei suoi professori alla Brigham University, nonostante non fosse stata ammessa inizialmente, viene supportata per essere comunque inserita in un programma di studio a Cambridge: lì, il suo tutor la aiuterà per iscriversi ad un master sempre a Cambridge, che la porterà a studiare anche ad Harvard, e poi ad un dottorato di ricerca, con il supporto di varie borse di studio e del tutor stesso. Tara, dopo tante difficoltà di adattamento, che vanno dall’imparare a lavarsi le mani con il sapone, a creare un proprio metodo di studio e all’adattarsi ad ambienti e compagnie più facoltose rispetto a quelle della sua origine, riuscirà a conseguire con grande successo tutti i suoi titoli, e il dottorato. Tutto questo ad un costo: perderà la sua famiglia, che vedendola abbracciare modi di vivere lontani dalla loro credenza mormonica, la isolerà dicendo che la ragazza era posseduta da forze malefiche, e ignorando le denunce della giovane sugli abusi e i maltrattamenti subiti dal fratello maggiore Shawn.

Uno dei punti per cui i genitori di Tara non volevano che lei frequentasse la scuola era perché pensavano che lì le avrebbero fatto il lavaggio del cervello. Effettivamente Tara cambia il suo modo di vedere il mondo, ma questo nuovo modo lei lo definisce, nel corso del libro, come la libertà di pensare con la sua testa. Tara scopre che forse i medicinali non l’avrebbero distrutta dall’interno, come le diceva la madre, che la parola “negra” ha un significato più grave di quello che le attribuiva il fratello, quando la usava per insultarla perché era sporca dopo aver lavorato in discarica, che poteva lavarsi con il sapone, che una gonna leggermente sopra il ginocchio non voleva dire necessariamente che una ragazza era una puttana. Ed è attraverso l’educazione – l’istruzione – che Tara impara tutto questo.
Quando noi pensiamo all’educazione, c’è anche una forte componente famigliare attraverso cui connotiamo il termine: l’educazione, intesa come modo di comportarsi, come morale, come insegnamenti ricevuti in famiglia. Questa “educazione” famigliare nella storia di Tara è in netta contrapposizione con la nuova “educazione” che le propone il mondo della scuola o dei suoi coetanei estranei alla sua famiglia.
In sei punti:
- Questa storia parla di libertà e identificazione del sé.
- Questa storia parla di morale e costumi sociali, intersecati con il concetto di giusto e sbagliato.
- Questa storia parla di giudizio e di chi o cosa è tenuto ad essere il “metro” di giudizio.
- Questa storia parla di resilienza e di coraggio. E del coraggio che aiuta gli audaci.
- Questa storia parla di amore, e di come sia fatto l’amore “giusto” – per i genitori di Tara, il loro amore è “giusto”, anche se limita e mette in pericolo la vita dei figli.
- Questa storia parla di educazione e di come la conoscenza, o la “sapienza” (che è anche uno dei doni dello Spirito Santo, secondo la religione cristiana[3]) possa salvare e cambiare una vita.
Di identità, morale, essere donna, senso di colpa e libertà.
Questo libro è una forte testimonianza di come l’identificazione personale parta innanzitutto dal dialogo con ciò che è diverso da noi, qualcosa che sfida i preconcetti e che ci mette alla prova. Qualcosa, una relazione, un incontro, che ci permette di prendere le misure di noi stessi.

“Avevo capito che eravamo stati scolpiti da una tradizione che ci era stata data da altri, una tradizione di cui eravamo volutamente o accidentalmente all’oscuro.”[4]
Tara ha subito un’educazione di concetti che avevano plasmato il suo modo di essere, ma chi era Tara oltre quei concetti? Quei concetti erano di Tara, o li aveva dovuti ingurgitare? Senza quei concetti, Tara deve capire chi è.
“‘Dovresti metterti alla prova. Vedere che succede’ […] ‘Prima capisci cosa sai fare, poi decidi chi sei’”[5]
Queste parole sono del prof. Kerry, il primo docente a credere davvero in Tara, che le darà la possibilità di effettuare il programma di studi a Cambridge che le cambierà la vita. Secondo il professore, è mettendosi alla prova, verificando i propri limiti, che Tara potrà davvero capire chi è. L’altro, il diverso, la sfida è la misura con cui definiamo la nostra identità. Ed è questo lo scopo ultimo di ogni relazione: una continua definizione e scoperta di noi stessi.
C’è poi un’altra domanda di fondo nel testo, che interseca i concetti di morale, l’essere donna e anche il senso di colpa.
“‘Sei una donna giusto?’ disse. ‘Bene, questa è una cucina.’”[6]
“‘Se tu fossi una donna,’ gli chiesi, ‘studieresti Legge lo stesso?’
[…] ‘Le donne sono diverse. Non hanno questa ambizione. La loro ambizione sono i figli.’ […]
‘Ma se fossi una donna e per qualche motivo ti sentissi come ti senti adesso?’ […]
‘Penserei che ho qualcosa che non va.’”[7]
“Chiamandola ‘danza’ aveva convinto dei mormoni perbene ad accettare che le loro figlie saltellassero qua e là come puttane nella casa di Dio.”[8]

Questi frammenti tracciano l’idea di donna e di morale con cui Tara è cresciuta ed è stata “educata” dalla sua famiglia: la donna è modesta, coperta, pudica, ubbidiente, si occupa della famiglia. Fare danza con un body e dei collant equivale ad essere “una piccola puttana.” Questi preconcetti la limitano molto a contatto con il mondo esterno, quello che pensa che sia normale fare danza con un body e prendere degli antidolorifici. Durante gli anni, poi, Tara viene costantemente sminuita dai famigliari, specialmente dal fratello Shawn, e questo contribuisce a generare in lei un profondo senso di inadeguatezza e di disprezzo verso se stessa:
“‘E’ solo Charles,’ disse ‘Non ha grandi pretese. Non starebbe con te altrimenti.’”[9] – (questa frase la dice il fratello Shawn sul fidanzato di Tara).
E poi Tara sul senso di colpa:
“Il senso di colpa è paura della propria mediocrità. Non ha niente a che fare con le altre persone. Mi sono liberata del senso di colpa quando ho accettato la mia decisione per quello che era, senza alimentare all’infinito vecchi rancori, senza mettere sulla bilancia gli errori di mio padre piuttosto che i miei.”[10]

Il senso di colpa è, dunque, secondo questa versione, una conseguenza della paura della propria inadeguatezza, del proprio non essere all’altezza delle varie situazioni che si presentano nella vita, e quindi di effettuare decisioni sbagliate. Siamo noi stessi che ci incolpiamo per questa nostra presunta mancanza. Ma è un sentimento sensato? Quando la definizione di “giusto” e “sbagliato” è fortemente condizionata dalla morale sociale, che è spesso soggettiva, e mutevole a seconda della società in cui viene prodotta, come può considerarsi sensato un senso di colpa prodotto da un concetto mutevole di “giusto”?
C’è un bel riferimento alla definizione di libertà nel libro:
“’Quindi quali sono i due concetti di Isaiah Berlin?’ chiese il professore. […] ‘La libertà negativa […] è la libertà dagli ostacoli o dalle costrizioni esterne. In questo senso, una persona è libera se non è fisicamente impedita ad agire.’ […] ‘La libertà positiva,’ disse un altro studente, ‘ è la libertà dalle costrizioni interne.’ […] Disse che la libertà positiva è autocontrollo – la padronanza di sé da parte del sé. Essere positivamente liberi, spiegò, significa avere il controllo della propria mente, liberarsi da paure e credenze irrazionali, da dipendenze, superstizioni e ogni altra forma di autocostrizione.”[11]
Dunque, in certi casi sono proprio quei termini che definiscono le forme di autocostruzione – paure, credenze, superstizioni – a generare un senso di colpa legato al fatto che il proprio essere prenda o vorrebbe prendere delle direzioni diverse rispetto a quanto suggerito dalla morale restringente del proprio contesto sociale. Ribadendo il ragionevole limite della libertà che finisce quando si lede la libertà altrui, del bene verso gli altri al primo posto, si potrebbe ragionevolmente pensare che esiste un livello più alto e generale, come un’idea “platonica” fissa nell’iperuranio, del concetto di “giusto,” che è molto simile a quello che Cicerone definì come “giusto” e honestum nel De Officiis, ovvero qualcosa che è utile per il bene comune, per il bene degli altri.[12] Qualcosa che produce bene.

Questo libro diventa dunque un cantico alla libertà di cambiare idea, di adattare la propria morale ad un concetto diverso di “giusto” o “adeguato.” L’educazione intesa come istruzione e confronto con il mondo fuori dalla sua famiglia permette a Tara di creare dei propri concetti di giusto e sbagliato e adeguare la propria morale sperimentando con mano i frutti delle proprie scelte per se stessa (ad esempio, Tara prova gli antibiotici per capire se erano davvero dannosi per la salute: “Buttai giù le pastiglie. Non so se lo feci per disperazione, perché stavo malissimo, e se più banalmente lo feci per curiosità. Ero là nel cuore del Sistema Medico e volevo vedere finalmente di cos’avevo sempre avuto paura. Mi sarebbero sanguinati gli occhi?”[13]).
E’ questo il più grande regalo che tante prese di coscienza, tanti esperimenti con “l’Altro da sé”, donano a Tara: la legittimazione della possibilità di poter cambiare idea, di poter cambiare vita.
“Potete chiamare questa presa di coscienza in molti modi. Chiamatela trasformazione. Metamorfosi. Slealtà. Tradimento. Io la chiamo un’educazione.”[14]
La più grande libertà, in fondo, è essere capaci di scegliere per sé, di poter valutare, di decidere a pieno per la propria vita, facendo leva sulla propria coscienza.
A volte, più in generale, si affida alla superstizione o al destino la direzione della propria esistenza. Si dice “evidentemente non era destino,” oppure “sono arrivato tardi, che sfortuna,” oppure, citando Virgilio nella Divina Commedia di Dante, “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare,”[15] però mi chiedo, non è un po’ volersi scaricare la coscienza? Avere paura della propria libertà nelle scelte? Affidare la colpa a qualcun altro (il destino) per i propri errori e le proprie decisioni? Oltre la verità, che è sacrosanta e soggettiva, ed è da rispettare per ciascuno nelle proprie credenze e nei propri costumi, ci siamo noi stessi e la nostra libertà di essere ciò che siamo davvero.

*Tutte le immagini in questo articolo sono state generate con Canva, piano gratuito.
[1] “Se siamo fortunati, tanto come scrittori che come lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e resteremo poi seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari i nostri cuori e i nostri intelletti avranno fatto un passo o due in avanti rispetto a dove eravamo prima. La temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare normalmente, ci ricomporremo, tanto come scrittori che come lettori, ci alzeremo e, ‘creature di sangue caldo e nervi’, come dice un personaggio di Čechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la Vita. Sempre la vita.” Chandler, Raymond. Il mestiere di scrivere (Torino: Einaudi, 2015), 67.
[2] https://www.treccani.it/vocabolario/istruire/
[3] Papa Francesco, Udienza generale, 9 aprile 2014, in I doni dello Spirito Santo: 1. La Sapienza, Archivio del Vaticano.
[4] Westover, Tara. L’educazione, transl. Silvia Rota Sperti, (Cles: Feltrinelli, 2025), p.213
[5] Ibid., p.265
[6] Ibid., p. 316
[7] Ibid., p. 264
[8] Ibid., p. 104
[9] Ibid., p.219
[10] Ibid., p.370
[11] Ibid., p 292
[12] Per approfondire il concetto: Marcus Tullius Cicero, De Officiis, I.20–22, 28-28, in On Duties, trans. Walter Miller (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1913)
[13] Westover, Tara. L’educazione, transl. Silvia Rota Sperti, (Cles: Feltrinelli, 2025), p.249
[14] Ibid., p.371
[15] Dante Alighieri. La Divina Commedia: Inferno. A cura di Giorgio Petrocchi. Milano: Mondadori, 1966.
da divorare sotto l’ombrellone.




