Normal People, Sally Rooney’s novel, had been staring at me for quite a long time before I finally decided to buy it. My sister had already read it and when I asked her what she thought of it she said it was “normal.”
For a certain period, the book kept showing itself on the shelves of all the bookshops I went to, silently asking me to have a look at it and give it a chance. Why I didn’t want to at the time it’s a mystery to me too. Did the adjective normal scare me?
Firstly, I decided to buy it for a friend. It’s an editorial success, I told her, it has sold almost 64,000 copies in its first four months of release. Yeah, my friend answered, she already knew.
After some time, I asked to my friend what she thought of the book, and she said it was “fantastic.” From “normal,” the first comment I obtained, to “fantastic” there seemed to be quite a difference, and to me, this diversity of opinions was a manifestation of the division of critiques that the book had obtained worldwide. So, I became “curiouser and curiouser” and finally bought it.
The book covers the story of Marianne and Connell’s relationship, who both attend the same high school and later Trinity College in Dublin. They belong to different social classes: Marianne belongs to a rich family who employs Connell’s mother as a cleaner; Connell is popular at school, while Marianne is considered weird and too proud. Unexpectedly, they start a romantic relationship, that is kept secret by Connell at school for fear that he would have been criticized by his friends. At university their social roles are inverted: Connell doesn’t seem to feel adequate to the social context he finds at Trinity, while Marianne becomes popular and seems to feel at ease. They continue their relationship for a while, but their inconstant and confused feelings for each other (not helped by a series of misunderstandings which almost resemble a comedy of error) make them decide to be just friends. Their relationship continues in a limbo of friendship and mutual unsatisfied attraction, with a background story covering important themes such as violence against women, uncertainty for the future, freedom and limitations given by poverty and limited possibilities, and last but not least the social fight to gain a position in a society that does not help you when you aren’t born with the adequate amount of money to buy you a decent future. The end is surprising, of course, I’m not going to spoil it here.
But much more than that, the real food for thought in the book is the constant anxiety under the surface that makes the protagonists strive to be “normal,” as the society they belong to would expect them to be.
Normal becomes, then, the epitome of a real problem surrounding young people in our society, where they have got to conform themselves to some precepts that define what is normal for them. But normal (as intended by social morality) is also the adjective substituting identity, personality and freedom: the anxiety to feel “normal” is what makes the characters in the book suffer. They never feel right, and they never feel enough, but on the contrary, they apologize for not being “normal” and keep searching to create “normal” relationships with others.
The peak of this social anxiety is represented by an old friend of Connell’s suicide: he was a kind of “bully” in high school, but suddenly it turns out that his behaviour was a form of reaction to his insecurities: in the book we read he was always insecure and afraid of the opinion of others; as a consequence, it’s probably the loneliness he found himself into after high school what makes him commit suicide (at least, that’s what one can assume from the story).
They say Rooney only describes nowadays’ society in her books or, maybe, the story of a generation. It may be true.
However, what we should think about is probably how many meanings can we give to the adjective “normal” and how much can it be dangerous to people?
“He frowned, still lying with his eyes shut, face turned to the ceiling. How I act with her is my normal personality, he said. Maybe I’m just a weird person.[2]“
Saussure in Course in General Linguistics defines the meaning of words as arbitrary: words can have infinite meanings. Maybe we should consider the meaning of “normal” exactly like that: a super-hero word having just as many meanings as we can think about.
My sister defined Sally Rooney’s Normal People simply as “normal.” Now I think I get what she meant.
[1] Sally Rooney, Normal People (London: Faber and Faber, 2018), 150.
Quando
ci si approccia alla lettura di un classico, spesso si è a priori condizionati
dalla sua fama, e lo si prende in mano con grandi speranze e aspettative.
Così
si inizia a leggere Il giovane Holden,
uno di quei classici della letteratura americana, un’icona di spicco della beat generation.
Potremmo
essere, dunque, a priori, ispirati dalle tante pagine di critica letteraria che
forzatamente, con più o meno piacere, abbiamo letto nel corso della nostra
vita, e iniziare adesso a fare una critica sulla figura di Holden Caulfield,
sui parametri socio-politici dell’epoca, sul suo autore, J. D. Salinger. In
quel caso, tuttavia, non faremmo niente di nuovo, quindi niente di
interessante.
Vorrei
piuttosto soffermarmi a riflettere a tu per tu con Holden, fare quattro
chiacchiere, libero dai preconcetti letterari, critici, dal superstrato di cui
è investita la sua storia, e dire cosa ne penso come se stessi leggendo l’opera
di un esordiente.
La
traduzione che ho letto del giovane Holden è la più recente, edita da Einaudi nel
2014. Si tratta di una versione moderna e linguisticamente al passo con i tempi
che rende la lettura scorrevole e forse più vicina alla percezione che ne
avevano i ragazzi contemporanei alla prima uscita del romanzo.
Ora,
facciamo finta di trovarci dunque di fronte ad un testo nuovo: il giovane Holden
ha una trama piuttosto semplice: Holden Caulfield è un ragazzo problematico,
che ha subito la morte di un fratello a cui era particolarmente legato, e da
allora ha problemi a scuola, ed è stato cacciato dall’ennesimo istituto
scolastico. Decide così con i suoi risparmi di gironzolare per New York e non
tornare a casa dalla famiglia: se avessero saputo che era stato nuovamente espulso,
l’avrebbero “ucciso.” Holden riflette a voce alta per tutto il romanzo, e ci
racconta di vecchie conoscenze e della sorellina Phoebe. Ha qualche
disavventura con il portaborse dell’albergo in cui si trova, e cerca di uscire
con qualche vecchia fiamma. Alla fine ritorna a casa e i suoi genitori lo mandano
in riformatorio – o una struttura simile. In ogni caso la trama non è poi così
interessante, a raccontarla in questo modo. Eppure non si può dire lo stesso
del “discorso narrativo.”
Facciamo
un passo indietro: per trama si intende la sequela secca di eventi, mentre per
discorso narrativo il modo in cui questi eventi vengono narrati, per farla
breve. Il discorso narrativo può celare al suo interno entusiasmanti messaggi e
momenti d’alta tensione poetica – ovvero momenti che colpiscono il lettore, che
suscitano in lui/lei un’emozione.
Ecco,
il discorso narrativo del giovane Holden ci suggerisce tanti e svariati aspetti
interessanti, tra cui narrerò in questa sede di quelli che più mi stanno a
cuore. In primis, ci parla di un ragazzo, e della disperata ricerca di un punto
di riferimento, di un legame, di qualcosa per cui valga la pena restare o
andare. Quando Holden deve lasciare la sua nuova scuola, perché espulso, si
siede di fronte al campo da baseball e dice:
“La verità è che lassù c’ero
andato per vedere se riuscivo a provare un senso d’addio. […] Non importa se è
un addio triste o brutto: io, quando me ne vado da un posto, voglio sapere che
me ne sto andando. Altrimenti stai ancora peggio.”[1]
Quello
che Holden vuole dire è che restare o andare via da quella scuola per lui era
esattamente la stessa cosa: all’inizio del romanzo Holden è totalmente libero,
è privo di legami, non gliene frega niente di niente. Non gli importa di
tornare a casa, non gli importa di restare, non gli importa dei soldi, non gli
importa se li finirà, l’unica cosa che vorrebbe, però, dentro di sé e scoprire
come sarebbe se gli importasse.
Così
Holden va via, e con il suo linguaggio semplice – ancora una volta il discorso narrativo del romanzo – inizia a
parlarci di tutti i ragazzi che aveva incontrato in quest’ultima scuola e di
molti che aveva conosciuto prima, tutto questo mentre l’azione narrativa è
piuttosto scarna: Holden si dirige semplicemente dal dormitorio presso un hotel
di New York.
Ci
parla anche di una ragazza che capiamo essergli sempre piaciuta – “la vecchia
Jane” – e di un’altra, un po’ più avanti nella narrazione, con cui prova ad
uscire – Sally. Nel romanzo Holden tenta un paio di volte di telefonare alla
prima, ma riaggancia, con la seconda invece ci esce senza tanti problemi, ma
neppure tanta voglia. Potremmo definirla psicologia inversa, ma mentre Holden
si racconta, noi capiamo che in realtà quella con cui voleva uscire era Jane,
che con lei Holden aveva un legame, e ce lo fa capire attraverso racconti e
pensieri random su di lei.
Un
altro pensiero random in diversi punti del romanzo riguarda le anatre su un
lago a Central Park, Holden è costernato da un dubbio:
“Senta,
– gli faccio. – Ha presente le anatre che ci sono nel laghetto vicino Central
Park South? Quello piccolo? Lei per caso sa dove vanno, quelle anatre, quando l’acqua
si ghiaccia? Non è che lo sa?”[2]
Ora,
cosa voleva dire con questa domanda senza senso che porge a diversi tassisti
nel corso del romanzo? Si potrebbe tradurre in questo modo: “dov’è che si va,
quando le cose si mettono male? Qual è il porto sicuro presso cui si può
andare?” Ancora una volta, Holden cerca qualcosa per cui rimanere. Holden cerca
un legame, un porto sicuro. Potremmo senza dubbio dire che questa ricerca
trasuda più dal discorso narrativo, che da una reale ammissione del
personaggio: è il lettore che è portato a pensarlo.
Ad
un certo punto combina un incontro con una prostituta, ma si rende conto che la
dissolutezza con cui avrebbe dovuto “approfittarsi” di lei non gli si addice:
si sente nervoso. Holden non lo dice apertamente, ma ancora una volta ce ne
accorgiamo dalla costruzione del discorso narrativo. Forse Holden, ancora
vergine, da segretamente importanza a quel momento? Forse Holden sta scoprendo
dentro di sé un livello di consapevolezza maggiore? Holden, in questo viaggio
interiore, sta imparando a conoscersi.
L’apice
del sogno di Holden – trovare qualcosa o qualcuno per cui valga la pena vivere,
restare – ce la da l’immagine che poi da il titolo al libro (in originale), The Catcher in the Rye:
“
– Sai cosa mi piacerebbe fare? – ho detto. – Sai cosa mi piacerebbe? Se solo
per una cazzo di volta potessi scegliere? […] Hai presente quella canzone che
dice <<Se ti prende al volo qualcuno mentre cammini in un campo di
segale>>? […] Io mi immagino sempre tutti questi bambini che giocano a
qualcosa in un grande campo di segale e via dicendo. Migliaia di bambini, e in
giro non c’è nessun altro – nessuno di grande, intendo – tranne me, che me ne
sto fermo sull’orlo di un precipizio pazzesco. Il mio compito è acchiapparli al
volo se si avvicinano troppo. […] Sarei l’acchiappabambini del campo di segale.”
Anche
qui, possiamo supporre che il sogno di essere “l’acchiappabambini nel campo di
segale”, appunto The Catcher in the Rye, riguarda
la possibilità di avere uno scopo nella vita, qualcosa di importante, qualcosa
per cui valga la pena rimanere: un legame, appunto. Una missione, concreta o
astratta che sia. Qualcosa per cui valga la pena.
Nella parte finale del libro, Holden prima di sparire per sempre – più o meno erano questi i piani – decide di rivedere sua sorella Phoebe. La bambina nel pomeriggio era a Central Park. La incontra e le rivela il suo piano, quello di andar via. Facendola breve, la bimba lo segue il giorno dopo con una valigia in mano. Holden deciderà poi di rimanere per la sorellina.
Alla
fine del suo viaggio interiore, Holden, quindi, torna a casa, e poi in una
specie di riformatorio – immaginiamo dal discorso narrativo, parla solo di uno “psicanalista”
potrebbe quindi essere qualsiasi altro istituto, ma poco importa -, e alla fine
del romanzo si trova a pensare ancora a tutti quei ragazzi e quei personaggi
che aveva incontrato lungo la strada, che in qualche modo avevano contribuito a
fargli realizzare qualcosa, a fargli venire voglia di restare. Holden ci dice:
“E’
strano. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, poi inizia a mancarvi
chiunque.”[3]
Il
punto di Holden è che, esplorando la sua vita nel racconto, si era accorto di
aver maturato dei legami, di provare affezione, di aver trovato un motivo per
restare. Il romanzo chiude il cerchio che aveva aperto all’inizio, quando Holden
confessava di non provare nulla nel dire addio alla sua vita, e che tutto
quello che voleva era provare qualcosa. Alla fine del romanzo ottiene proprio
quello che desiderava all’inizio.
La
domanda che sorge ora è, in che fase del romanzo Holden Caulfield è più libero,
all’inizio, quando è privo di legami e libero di andare dove vuole, senza niente
che possa scalfirlo, o alla fine del romanzo, quando si rende conto di essere
legato a tante cose, e di conseguenza di essere più fragile?
Se dovessimo
seguire un filone di pensiero logico, diremmo all’inizio del romanzo. Ma cosa
resta all’uomo forte che non si lega mai? La sensazione di Holden Caulfield durante
tutto il suo racconto: una sensazione di perdizione.
Quando
uno dice, ad esempio, che vuole essere libero di girare il mondo, in lungo e in
largo, e di fare come gli pare. Ecco, quando uno dice così, i primi anni
potrebbe realmente sentirsi felice in questo suo sentirsi perso, in questo suo
girovagare senza meta, ma si può veramente dire che abbia avuto uno scopo la
sua esistenza in quegli anni? Si, conoscerà un mucchio di gente, si, conoscerà
un mucchio di culture. Ma prima o poi, non sentirà forse il desiderio di
restare? Holden ci mette di fronte ad un quesito, quando possiamo considerarci
liberi? E ancora, i legami ci rendono liberi o ci rendono fragili?
[1] J.D
Salinger, Il giovane Holden, Einaudi
(2014), p.4