
Quando mi siedo al mio posto al cinema, stringendo una scatola mini di pop-corn che sembra maxi, la sala non è particolarmente piena. Del resto, Il Diavolo veste Prada 2 è già uscito da un pò.

Non so bene cosa aspettarmi. Una rom-com? Forse. Non ho letto la trama prima di entrare: sono arrivata trascinata dall’entusiasmo visto sui social.
Se nel primo film il finale riportava Andy a una versione più autentica di sé stessa — con il riconoscimento del suo talento e un lavoro più in linea con le sue ambizioni — qui resta addosso soprattutto una sensazione di stanchezza collettiva. Una fatigue esistenziale e professionale che sembra diventare il simbolo di una società costretta a correre continuamente per restare al passo con il presente, o forse con l’illusione di riuscirci.

È una corsa cieca, in un sistema pronto a lasciarti cadere da un momento all’altro, travolto dalla velocità delle proprie innovazioni: innovazioni che non riesce davvero a governare e rispetto alle quali l’unica strategia possibile sembra essere continuare a correre.
La prima scena è già eloquente: Andy riceve un premio per il suo talento giornalistico; eppure, superati i quarant’anni, vive ancora in un appartamento modesto: il talento non sembra ripagarla dal punto di vista monetario. Nello stesso momento in cui ritira il premio, lei e i suoi colleghi vengono licenziati tramite un messaggio sul telefono. L’ennesima ristrutturazione aziendale.
Sembra paradossale: essere celebrati per il proprio valore e licenziati allo stesso momento.

Andando avanti, il film sembra suggerire che non importa quanto Andy e i suoi colleghi siano bravi, perché la gente non legge più. Contano le immagini, la viralità, la spettacolarizzazione. Conta il contenitore più del contenuto.
La società raccontata dal film sembra vivere in una ipocrisia collettiva: ballare sulle vette del mondo durante l’apocalisse, fingendo che tutto vada bene.
Andy viene riassunta a Runway come editor non tanto per il suo talento, quanto per la viralità di un video sui social. La sua presenza serve soprattutto a pilotare l’opinione pubblica e distrarla da uno scandalo che ha coinvolto Miranda Priestly.
E qui emerge uno dei temi più interessanti del film: Miranda non può più permettersi il suo stile diretto, spietato, autoritario. In una società in cui l’opinione pubblica viaggia alla velocità degli algoritmi e della viralità, attenta ai temi della sostenibilità e della D&I, Miranda deve adeguare il suo stile comunicativo.
Ma questi temi interessano davvero alla società?

Quello che appare evidente è che quasi nessuno è interessato davvero a ciò che Andy scrive. Eppure i pochi lettori rimasti, spesso facoltosi, percepiscono immediatamente il cambio di tono di Runway: un giornalismo più serio, più approfondito, più di qualità.

Miranda, nel frattempo, è ormai in balia dei proprietari della rivista e di un management che non possiede la sua esperienza ma ha comunque il potere decisionale. Un’altra ristrutturazione la travolge senza che possa realmente opporsi.
È qui che il film restituisce con maggiore forza il senso della sopravvivenza contemporanea: restare a galla in un contesto lavorativo ed economico completamente diverso rispetto a vent’anni fa.
La velocità del digitale, l’AI, la nascita continua di nuove figure professionali dai titoli altisonanti ma dall’esperienza limitata investono Miranda e il suo giornale come un’onda impossibile da fermare. E ciò che emerge è il ritratto di una donna intrappolata.

Anche la condizione femminile attraversa tutto il film.
Miranda è imprigionata nella fatica di guidare un’azienda dovendo continuamente dimostrare il proprio valore a uomini che non comprendono davvero il settore in cui lavorano, ma da cui dipende comunque il destino della rivista.
E dopo una vita passata a combattere, Miranda è semplicemente stanca.
C’è Miranda madre, che ha sacrificato il rapporto con le figlie. C’è Miranda professionista, che ha costruito una posizione enorme ma che ora fatica a difenderla. Il film sembra suggerire che, per molte donne arrivate ai vertici, la lotta non finisca mai davvero: autonomia, autorevolezza e credibilità devono essere continuamente riconquistate.
E quando arriva la fatigue, basta abbassare la guardia un istante per rischiare di cadere.
Poi c’è Andy.
Per inseguire il suo sogno ha sacrificato oltre vent’anni della propria vita e ancora non sente di averlo realizzato pienamente. Ha congelato gli ovuli, non ha avuto figli, non ha trovato un equilibrio sentimentale – o forse la pressione della lotta e l’ambizione le sono costati il non poter porre attenzione a quell’aspetto della sua vita. La dualità tra carriera ed essere madre – per quanto oggi ci sia tanta narrativa opposta – è ancora un tema molto attuale e una scelta difficile per molte donne, anche se certo, ogni ambiente e situazione ha le sue caratteristiche ed eccezioni.

Un altro elemento centrale è il conflitto generazionale.
Non solo quello tra Miranda e i giovani consulenti incaricati della ristrutturazione del giornale, ma anche quello tra Andy, Nigel e le nuove assistenti di Runway.
Il film mette continuamente in scena lo scontro tra il “prima” e l’“adesso”: tra chi ha costruito il proprio valore lentamente e chi invece vive in un presente accelerato, iperconnesso e immediato.

SPOILER:
C’è un lieto fine, ma non è un finale in cui tutto si rivolve, come in una fiaba, e si torna ad essere quelli di un tempo. “Quelli di un tempo” è qualcosa che nessuno di noi può tornare ad essere.
L’ultima immagine di Miranda, Andy e Nigel affacciati dalle finestre del grattacielo di New York ha qualcosa di malinconico e potentissimo: sembrano marinai che osservano il mare dalla nave durante una tempesta.
Non sanno dove stanno andando.
La nave continua ad avanzare alla cieca. Per ora sono sopravvissuti, per ora non sono stati travolti dalle onde. Ma domani, chi può dirlo.
In breve:
Gli elementi della “società esausta” raccontata dal film
- Il rapporto tra donna, carriera e maternità.
- La trasformazione continua del lavoro e dell’economia, tra digitalizzazione e AI.
- L’impoverimento culturale: l’immagine che sostituisce il contenuto.
- I conflitti generazionali tra chi ha costruito lentamente la propria carriera e chi vive nella logica della velocità e della viralità.
- La precarietà emotiva e professionale come condizione permanente della contemporaneità.
- La sensazione diffusa di essere sempre in ritardo rispetto alla propria realizzazione personale.

A chi lo consiglio: a chi non ne può più di rom-com, ma non è ancora pronto per Oppenheimer.
A chi non lo consiglio: ai super consulenti di quella super agenzia di consulenza.

Si conquista così la prima posizione per incassi nelle sale italiane The Post di Steven Spielberg: a pochi giorni dall’uscita il film incassa 2.313.899 euro in 489 sale, con una media per sala di 4.731 euro. Senza dubbio una componente importante per raggiungere il successo sarà stata la splendida performance dei due main characters – Ben Bradlee (Tom Hanks) ed Katharine Graham (Maryl Streep) –eppure, a volte, nel successo bisogna cercare radici più profonde, motivazioni migliori che giustifico il perché bisogni classificare migliore qualcosa piuttosto che un’altra. Il New Yorker ha definito il film come “un’ode al giornalismo,” il New York Times lo ha definito come “il trionfo della democrazia sull’oscurità.” Perché? Si potrebbero avanzare due ragioni, legate alle tematiche piuttosto attuali che il film rappresenta, pur essendo ambientato negli anni ’70: la libertà di stampa, e il ruolo delle donne nella società.