
Ogni linguista che si rispetti cerca l’origine di tutti i morbi tra le parole. E’ probabilmente un antico retaggio dello strutturalismo, quell’approccio sviluppatasi nel primo novecento che ricercava dietro la struttura arbitraria dei sistemi linguistici un significato, o meglio infiniti significati. Ebbene, in un clima quasi surreale di contagio, con mezza Italia chiusa in se stessa, le parole che vengono in mente per descrivere questa situazione sono essenzialmente due: “invisibile” e “paura.” Scombinando e ricombinando, quasi per gioco, le lettere che compongono il sistema linguistico di queste due parole, viene fuori, tra le altre, anche la parola “virus,” tirando fuori le sillabe “vis” e “ur” delle due sopracitate parole e ricombinandole come si fa con le molecole in un esercizio di chimica linguistica svolto poco accuratamente.
Dunque il virus è alimentato in una sfera interiore, oltre che fisicamente, anche intellettualmente, dalla nostra paura dell’invisibile, che tradotta in uno dei suoi infiniti significati, sta ad indicare la paura dello sconosciuto svolgersi degli eventi che caratterizzerà il nostro futuro, a seguito sì della possibilità di essere contagiati, ma anche come condizione esistenziale dell’uomo in situazioni di ordinario svolgimento degli eventi: la paura di ciò che è invisibile, e quindi incontrollabile, aleggia sempre sulla mente umana.
L’eccezionalità degli eventi, tuttavia, come pare a chi è nato nel XXI secolo del mondo occidentale, porta stavolta a riflettere su come la natura umana sia flebile e delicata e su come tutto in un attimo possa inevitabilmente precipitare dentro una serie di sfortunati eventi che non posso essere controllati. Gli anni del boom economico ci hanno insegnato ad avere un atteggiamento spavaldo e di megalomania nei confronti della vita, come se l’umanità fosse in grado di controllare ogni cosa: abbiamo così tutti creduto al mito del manifest destiny e dell’onnipotenza.
Ci troviamo invece a constatare che l’uomo è una macchina fragilissima soggetta anche a ciò che è invisibile, che è un essere fallibile e per indole tende a ripetere gli stessi errori. Per uno strano gioco delle parti in cui è inconsapevolmente coinvolto, l’uomo sembra ripetere in questi giorni le stesse reazioni all’epidemia delle più famose descrizioni storiche della plague, a partire da Tucidite, Boccacco e Manzoni. Dunque proverò a raccontarvi come la paura dell’invisibile si ripeta allo stesso modo, nonostante lo scorrere del tempo, e di come la parola possa essere un alleato più che valido nel combatterla.
L’approccio di un linguista verso ogni situazione reale partirebbe innanzitutto dall’evidenziare gli effetti positivi della pragmatica nell’affrontare le situazioni della vita: la pragmatica, detto molto grossolanamente, è una branchia della semiotica che studia le parole e il loro effetto all’interno del sistema comunicativo; la parola “pragmatica” deriva infatti dal greco “pragma” che vuol dire “fatto.” Le parole, e di conseguenza le storie da esse composte, in più larga scala, producono un effetto sulla vita. E questo basti a contrastare l’opinione di chi crede che la letteratura non serva a nulla. Ci riserveremo tuttavia di parlare esclusivamente di questo un’altra volta. In questa sede basti continuare dicendo che un linguista cercherebbe di capire perché abbiamo paura partendo dalle parole, dalle storie, e attraverso le parole cercherebbe di analizzare la paura e, se possibile, purgarla.

Paura di cosa? In questo caso di qualcosa che non riusciamo a vedere, paura del contagio, paura dell’invisibile e di conseguenza paura di qualcosa che non si riesce a controllare, ad arginare. Freud parla di questa paura e della sua relazione con la letteratura in un saggio che si intitola “The Uncanny,” e spiega cos’è l’uncanny proprio partendo dalla sua definizione sul dizionario delle maggiori lingue europee, concludendo che l’uncanny è tutto ciò che non ci è famigliare, e di conseguenza la paura dell’uncanny è la paura dello sconosciuto, dell’ignoto. E questo è quello che ci ha colto, così all’improvviso, come spesso accade durante i corsi e i ricorsi della vita umana: la paura di qualcosa che non conosciamo: un virus invisibile, incontenibile, venuto da lontano. Freud ci insegna che la paura dello sconosciuto è dunque qualcosa di insito nella natura umana, è che è normale che avvenga.
Le parole e le storie hanno anche la funzione di purgare la paura, hanno un effetto, come diceva Aristotele nella Poetica, anticipando per certi versi, si potrebbe dire, quello che la pragmatica sarebbe andata a teorizzare. Aristotele scrisse che la tragedia e l’arte poetica aveva la funzione di purgare la società dai mali, perché vedendoli messi in scena, la gente in qualche modo poteva sperimentare con συμπάθεια (termine greco che potremmo associare alla “compassione”) i mali della società, ed evitare di metterli in pratica nella vita reale. La stessa parola “poetica” che deriva dal greco ποιητικός (stessa radice di ποιέω, “fare”) indica qualcosa che provoca un effetto, che ha il potere di “fare qualcosa” (da questa stessa parola avrà poi origine il termine “poesia”).
Quello che intendo, con questo noioso volo pindarico, è semplicemente che molto di questa situazione e di come affrontarla ci viene detto dalla letteratura: Tucidide nel paragrafo 47 del II capitolo de La guerra del Peloponneso descrive la terribile epidemia di peste che si verificò ad Atene, parlando proprio di paura verso un morbo sconosciuto:
“I medici nulla potevano, per fronteggiare questo morbo ignoto, che tentavano di curare per la prima volta.”[1]
E parla poi di sconforto e sgomento della gente nell’affrontare questa paura dell’invisibile:
“Nel complesso di dolorosi particolari che caratterizzavano questo flagello, uno s’imponeva, tristissimo: lo sgomento, da cui ci si lasciava cogliere, quando si faceva strada la certezza di aver contratto il contagio (la disperazione prostrava rapida lo spirito, sicché ci si esponeva molto più inermi all’attacco del morbo, con un cedimento immediato).”[2]
Come Tucidite, anche Boccaccio descrive nel Decamerone sia i sintomi che l’atteggiamento della gente verso la paura del contagio, e molti delle reazioni da lui descritte sono simili a quelle che abbiamo constatato in questi giorni nelle varie regioni d’Italia:
“Da queste circostanze, e da altre simili o più gravi, nacquero in chi era ancora vivo vari timori e superstizioni, quasi tutti miranti a uno stesso fine crudele, quello, cioè, di evitare e di fuggire i malati e le loro cose. E così facendo, ognuno credeva di salvare se stesso. Vi erano alcuni che ritenevano che il vivere morigerato e l’astenersi dal superfluo dovesse contrastare efficacemente tale calamità: e formata una compagnia, vivevano segregati da tutti […] Altri, essendo di parere opposto, affermavano che l’andare in giro a cantare e a divertirsi e il soddisfare il più possibile gli appetiti e il ridere e prendersi gioco di ciò che avveniva fosse un rimedio infallibile a questa malattia […] Molti altri conservavano un comportamento intermedio rispetto a quelli tenuti dai primi due gruppi […] mangiavano e bevevano quanto bastava al loro appetito e si muovevano senza rimanere al chiuso, portando in mano alcuni dei fiori, altri erbe profumate, altri diversi aromi di spezie orientali che si portavano spesso sotto il naso […] Alcuni avevano un’opinione ancora più malvagia, nonostante fosse forse più sicura: dicevano che nessuna altra medicina fosse migliore né tanto buona contro la peste quanto fuggire innanzi ad essa: e mossi da simile convinzione, curandosi solo di se stessi, molti tra uomini e donne abbandonarono la propria città, le proprie case, gli stessi parenti e le sostanze e si recarono presso il contado […].”[3]
Ho trovato piuttosto divertente riscontrare in questa descrizione gli stessi atteggiamenti che la gente ha avuto in risposta al Covid-19: da una parte c’è chi si rintana in casa e non vuol più far nulla, preso dalla paura, anche in zone non ancora colpite dall’epidemia, dall’altra c’è chi se ne frega dei consigli per evitare il contagio, e continua a far festa e ad ironizzare per esorcizzare la paura, e dall’altra chi agisce con la giusta misura, rispettando le regole, e poi c’è ancora chi fugge dalle zone rosse, curandosi, come dice Boccaccio in questa parafrasi, “solo di se stesso.”
I greci dicevano che il μηδεν ἄγαν (il giusto mezzo) è la strada migliore da seguire, e forse bisognerebbe ascoltare gli antichi, che più di noi e prima di noi, sembrano, come abbiamo visto, aver vissuto esperienze simili e peggiori. In realtà la lezione che possiamo imparare dalla letteratura è che “non c’è niente di nuovo sotto il sole,” come ci dicono le Sacre Scritture, e che tutto è già accaduto e si ripete, in forme diverse, nei corsi e ricorsi della storia, come ci ha detto Gian Battista Vico. Essendo già successo possiamo però imparare dalle parole e dalle storie a governare la paura, anche se non è una cosa semplice. La paura e l’invisibile sono due facce della stessa medaglia e si nutrono vicendevolmente. Tuttavia la storia dev’essere più forte, e la nostra storia, in quanto umanità, lo è.

E se la paura e l’invisibile nutrono l’epidemia, sia fisicamente che mentalmente, favorendone il contagio attraverso atti consequenziali di irresponsabilità e frivolezza, la “parola,” che adesso traduciamo in “letteratura” dev’essere strumento per affrontare e conoscere la paura, e purgarla, come diceva Aristotele nella Poetica affinché non si propaghi nella realtà.
Come ci insegna Manzoni nell’introduzione a La Storia della Colonna Infame, molto in situazioni di paura è dovuto agli individui e alle azioni degli individui per governare la paura: infatti furono le azioni incredibili e folli della gente, governata dalla paura, che portarono alla morte di Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, ingiustamente accusati di essere stati untori, indotti con la tortura alla falsa confessione e poi uccisi.[4]
Dunque la letteratura sia invece strumento di coscienza per combattere l’ignoranza, strumento di “leggerezza,” come scrisse Calvino in Lezioni Americane:
“[…] la letteratura come funzione esistenziale, la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere.[5]“
La parola come contrasto all’ignoranza, ci insegni coraggio e leggerezza, insieme alla storia e alla letteratura, e siano queste armi per governare la paura. Panta rei, tutto scorre, leggero come le acque di un fiume, e viene sostituito da altre acque, più pure, forse, candide e sempre leggeri.
[1] Tucidite, La Guerra del Peloponneso, Cap. II, paragrafo 47, da https://laguerradelpeloponneso.wordpress.com/libro-ii/
[2] Ibid., paragrafo 51
[3] Da https://massimogambardella.files.wordpress.com/2019/02/introduzione-alla-prima-giornata-bis.pdf
[4] A. Manzoni, La Storia della Colonna Infame, Newton Compton, Milano, 1993
[5] I. Calvino, Lezioni Americane, Mondadori, Milano, 2019, p. 30