
I fantasy devono piacere. Un/a lettore/trice troppo avvezzo/a alle letture realistiche potrebbe fraintendere o non capire il viaggio negli improbabili mondi a cui la lettura del genere fantasy conduce. Insomma, per leggere un romanzo fantasy bisogna essere disposti a discostarsi totalmente dalla logica del reale.

Nell’universo della narrativa ci sono talmente tanti mondi che risulta improbabile classificare tutta la letteratura dell’irrealistico con la grande e generale etichetta del “fantasy”, quindi non è questo quello che qui si cerca di fare, bensì si vuole affermare che per accostarsi ad un libro che parla di universi e circostanze incredibili bisogna necessariamente essere disposti a fare ciò che Coleridge chiamava “willing suspension of disbelief”, ovvero “una volontaria sospensione dell’incredulità” e quindi abbandonare la confortevole dimensione del realistico.
Non è meraviglioso? Credere che ogni cosa sia possibile? Non avere limiti? E’ quello che possiamo fare con la mente, ed è ciò che rende l’immaginazione una ricchezza per l’anima.
Comunque, tutto ciò valga da semplice premessa per dire che Piranesi di Susanna Clarke è un romanzo che parla di una dimensione improbabile dell’esistenza, e che per leggerlo bisogna essere pronti ad immedesimarsi nell’impossibile.

Il titolo del romanzo trae il suo nome dal protagonista, Piranesi, che è stato così soprannominato dall’Altro, la persona che vive insieme a lui nella “Casa”, un edificio fatto da infinite stanze e maree che causano alluvioni, e oceani e statue classiche dalle figure improbabili e mitologiche: una Casa in cui Piranesi si è ritrovato, e non sa come, non sa quando, Piranesi ha scordato ogni cosa e insieme all’Altro cerca la “Suprema Conoscenza.” L’Altro è un personaggio ambiguo, poco gentile, che Piranesi incontra in certe stanze ogni martedì e giovedì. Nonostante non sia una compagnia piacevole, Piranesi è contento perché l’Altro è il suo unico amico. Gli equilibri della loro relazione vengono sconvolti quando Piranesi scopre che un altro personaggio gironzola nella Casa, una figura che egli chiama “16”, di cui l’Altro si vuole liberare, e che lascia a Piranesi dei messaggi sparsi in certe stanze della Casa. Un ulteriore elemento di svolta è il ritrovamento da parte di Piranesi dei suoi taccuini perduti, da cui apprendiamo piano piano la verità sulla sua esistenza, che sconvolge gli equilibri di ciò che è reale e di ciò che non lo è.
Carver diceva che un buon libro lo si riconosce quando dopo che lo si è finito ci si ferma qualche minuto a pensare. Ecco, per il lettore attento, questo potrà senza dubbio succedere dopo aver terminato di leggere l’ultima pagina di Piranesi.
I fantasy sono la più affascinante sublimazione della mente umana, che crea universi complessi e improbabili per far luce su quesiti vasti come l’universo stellato. In Piranesi, in primis, abbiamo un uomo che ha perso la sua identità: volutamente, potremmo chiederci? In secundis, c’è un labirinto, la “Casa”, e niente di più affascinante è stato mai concepito dalla mente umana, se non la figura del “labirinto”: una dimensione dove ci si può perdere, e forse anche ritrovarsi attraverso la costante ricerca di una via d’uscita. Poi ci sono delle statue di un Minotauro: rappresentano forse un mostro? Un mostro interiore? O forse, un segreto che si è voluto dimenticare?
Il tutto riassumibile in: un uomo alla ricerca di se stesso.

Da qualche parte ho letto che Alla ricerca del tempo perduto di Proust può essere riassunto in pochissime parole: un uomo che vede una madeleine e fa un lungo viaggio mentale. Ecco, Piranesi invece può essere riassunto come una mirabile rappresentazione di un uomo che ha perso se stesso e che cerca di ritrovare un senso alla sua esistenza.
Il mito del labirinto è una cornice senza dubbio affascinante: non c’è niente di più eccitante dell’idea di entrare in un labirinto. Una sfida con se stessi: si entra decisi a trovare il centro e poi l’uscita. Si ride all’ingresso, eccitati dall’avventura di perdersi. Convinti che si troverà in qualche modo l’uscita, che si farà chiarezza.

Nei palazzi nobiliari rinascimentali spesso si costruivano i labirinti come giochi per la nobiltà: c’erano i giardini e poi ci si rincorreva dentro il labirinto. L’idea di perdersi, dell’estremo, dell’uncanny (ciò che è “perturbante” per l’animo, Freud ci scrisse un saggio) è tanto attraente quanto spaventoso: perché? Cosa potrà mai esserci al centro del labirinto? Se durante il viaggio nei meandri del labirinto delle proprie coscienze si scoprisse un “minotauro”? Un mostro, un terribile segreto? Una verità che sconvolga la propria realtà, o che peggio sveli l’ipocrisia della realtà vissuta? Al centro del labirinto dell’inconscio, come alla fine del romanzo di Piranesi, c’è proprio questo, la verità più intima su se stessi e sulla propria realtà. Saremo pronti ad accettarla?
In What Happened To You di Bruce D. Perry e Oprah Winfrey ho letto qualcosa che mi ha molto colpito e affascinato: durante certe situazioni si reagisce quasi “frizzandosi”, o a volte si sviene (e fin qui niente di nuovo), la motivazione sarebbe perché il nostro cervello in presenza di un pericolo che ritiene di non poter fronteggiare decide di fare l’unica cosa che può mettere al sicuro la coscienza: rifugiarsi dentro se stessi, quando all’esterno non ci sono vie di fuga. Così perdiamo conoscenza, o rimaniamo immobili mentre la nostra mente viaggia chissà dove e si racchiude dentro una stanza segreta del Sè. Il posto più sicuro e più intimo: raggiungiamo il nostro Io, il rifugio dell’inconscio dove nessuno può trovarci o scacciarci. Così ho pensato, meraviglioso: ciò che spaventa di più, l’intima conoscenza di se stessi, la dimensione più profonda e nascosta dell’inconscio è in realtà “Casa”, come la Casa di Piranesi, il nostro più prezioso rifugio.
Si cerca spesso l’approvazione, l’amore dell’Altro – come la cercava Piranesi – ma in realtà non ce n’è bisogno. La Casa dentro noi stessi è solo nostra, ed è abbastanza.








