From the very moment I was born, my life has been a race to freedom. And I think many people, from different points of view and because of various reasons, may feel the same. But the reasons why one runs are irrelevant, what counts is the race and where it may take. Freedom is a concept very hard to be defined, since it is related to countless reasons of imprisonment, which again, can be a metaphor for countless conditions, both mental and physical. As a result, the race to freedom of the humankind may be an endless fight, something which changes its forms and colors like a chameleon, or a snake, if you prefer, that loses its skin and changes its external form, while inside it stays the same.
Freedom may mean independence, emancipation, the power and ability of making one’s own choices without impediments. Freedom of speaking, freedom of movement, freedom of having one’s own ideas. Freedom of not being obliged to give an explanation for everything one does. Freedom is countless things. And it seems, since it is also related to the power of expression, that it is a concept very much linked to creativity and art.
I happened to read Create Dangerously by Albert Camus yesterday, and that made me think to the concept of freedom; this book I am talking about is a very short one, which I advise you to read. Throughout the essay, the author manifests an inner flame and desire for rebellion against the vision of art by the society of consumerism. The book was published at first in the 50’, and it was presented for the first time as a speech given at Uppsala University in Sweden on December 14, 1957, under the name “The Artist in His Times;” as a consequence, it is a depiction of the artist and the concept of art linked to the world of the 1900s, even though, for many aspects, it can be food for thoughts for us reflecting on our times. The book is divided into three main chapters: in the first one it is stated the relation between art and freedom and the definition of the contemporary artistic expression as a superficial one, a kind of art without contents, a mere entertainment; in the second chapter it is explained how art became superficial and mute throughout the centuries and in the third one it is concluded that nowadays an artist should rebel and express himself freely, since it is freedom the true essence of the artistic expression.
Camus talks about art, but the concept of rebelling against every impediment which prevents us from expressing ourselves and our dreams is an advice which is worth following in every aspect of our life. We often refrain from saying or doing something because we are afraid of the consequences, of what people may think, of what the society wants us to do. We are what they want us to be. We are what it is necessary for us to be. So “the imprisonment of freedom” is an issue related also to someone’s true identity expression. Camus says that the essence of the creative activity is the artist’s self-confidence[1], and that this century has discouraged it:[2] I say that sometimes we still feel discouraged in expressing ourselves, by whatever means, and that perhaps we shouldn’t, because to say something that only someone else wants to hear has the result of silencing one’s voice, to make everyone listen to the voice of someone else.
To make art, one must feel free. To feel free, one must follow his/her own inner voice, because that inner voice is the expression of art. We cannot succeed in being someone we are not, because that someone does not exist, no matter how hard we will search for him/her.
I think that from this book, we may assume one general rule: to be an artist, to create, one must be honest with oneself. Dare to be different, dare to be yourself. Is it not the same that we should do, to be happy?
[1] Albert Camus, Create Dangerously. The Power and Responsibility of the Artist. Transl. by Sandra Smith. (New York: Vintage International, 2019), p. 8.
Quando
ci si approccia alla lettura di un classico, spesso si è a priori condizionati
dalla sua fama, e lo si prende in mano con grandi speranze e aspettative.
Così
si inizia a leggere Il giovane Holden,
uno di quei classici della letteratura americana, un’icona di spicco della beat generation.
Potremmo
essere, dunque, a priori, ispirati dalle tante pagine di critica letteraria che
forzatamente, con più o meno piacere, abbiamo letto nel corso della nostra
vita, e iniziare adesso a fare una critica sulla figura di Holden Caulfield,
sui parametri socio-politici dell’epoca, sul suo autore, J. D. Salinger. In
quel caso, tuttavia, non faremmo niente di nuovo, quindi niente di
interessante.
Vorrei
piuttosto soffermarmi a riflettere a tu per tu con Holden, fare quattro
chiacchiere, libero dai preconcetti letterari, critici, dal superstrato di cui
è investita la sua storia, e dire cosa ne penso come se stessi leggendo l’opera
di un esordiente.
La
traduzione che ho letto del giovane Holden è la più recente, edita da Einaudi nel
2014. Si tratta di una versione moderna e linguisticamente al passo con i tempi
che rende la lettura scorrevole e forse più vicina alla percezione che ne
avevano i ragazzi contemporanei alla prima uscita del romanzo.
Ora,
facciamo finta di trovarci dunque di fronte ad un testo nuovo: il giovane Holden
ha una trama piuttosto semplice: Holden Caulfield è un ragazzo problematico,
che ha subito la morte di un fratello a cui era particolarmente legato, e da
allora ha problemi a scuola, ed è stato cacciato dall’ennesimo istituto
scolastico. Decide così con i suoi risparmi di gironzolare per New York e non
tornare a casa dalla famiglia: se avessero saputo che era stato nuovamente espulso,
l’avrebbero “ucciso.” Holden riflette a voce alta per tutto il romanzo, e ci
racconta di vecchie conoscenze e della sorellina Phoebe. Ha qualche
disavventura con il portaborse dell’albergo in cui si trova, e cerca di uscire
con qualche vecchia fiamma. Alla fine ritorna a casa e i suoi genitori lo mandano
in riformatorio – o una struttura simile. In ogni caso la trama non è poi così
interessante, a raccontarla in questo modo. Eppure non si può dire lo stesso
del “discorso narrativo.”
Facciamo
un passo indietro: per trama si intende la sequela secca di eventi, mentre per
discorso narrativo il modo in cui questi eventi vengono narrati, per farla
breve. Il discorso narrativo può celare al suo interno entusiasmanti messaggi e
momenti d’alta tensione poetica – ovvero momenti che colpiscono il lettore, che
suscitano in lui/lei un’emozione.
Ecco,
il discorso narrativo del giovane Holden ci suggerisce tanti e svariati aspetti
interessanti, tra cui narrerò in questa sede di quelli che più mi stanno a
cuore. In primis, ci parla di un ragazzo, e della disperata ricerca di un punto
di riferimento, di un legame, di qualcosa per cui valga la pena restare o
andare. Quando Holden deve lasciare la sua nuova scuola, perché espulso, si
siede di fronte al campo da baseball e dice:
“La verità è che lassù c’ero
andato per vedere se riuscivo a provare un senso d’addio. […] Non importa se è
un addio triste o brutto: io, quando me ne vado da un posto, voglio sapere che
me ne sto andando. Altrimenti stai ancora peggio.”[1]
Quello
che Holden vuole dire è che restare o andare via da quella scuola per lui era
esattamente la stessa cosa: all’inizio del romanzo Holden è totalmente libero,
è privo di legami, non gliene frega niente di niente. Non gli importa di
tornare a casa, non gli importa di restare, non gli importa dei soldi, non gli
importa se li finirà, l’unica cosa che vorrebbe, però, dentro di sé e scoprire
come sarebbe se gli importasse.
Così
Holden va via, e con il suo linguaggio semplice – ancora una volta il discorso narrativo del romanzo – inizia a
parlarci di tutti i ragazzi che aveva incontrato in quest’ultima scuola e di
molti che aveva conosciuto prima, tutto questo mentre l’azione narrativa è
piuttosto scarna: Holden si dirige semplicemente dal dormitorio presso un hotel
di New York.
Ci
parla anche di una ragazza che capiamo essergli sempre piaciuta – “la vecchia
Jane” – e di un’altra, un po’ più avanti nella narrazione, con cui prova ad
uscire – Sally. Nel romanzo Holden tenta un paio di volte di telefonare alla
prima, ma riaggancia, con la seconda invece ci esce senza tanti problemi, ma
neppure tanta voglia. Potremmo definirla psicologia inversa, ma mentre Holden
si racconta, noi capiamo che in realtà quella con cui voleva uscire era Jane,
che con lei Holden aveva un legame, e ce lo fa capire attraverso racconti e
pensieri random su di lei.
Un
altro pensiero random in diversi punti del romanzo riguarda le anatre su un
lago a Central Park, Holden è costernato da un dubbio:
“Senta,
– gli faccio. – Ha presente le anatre che ci sono nel laghetto vicino Central
Park South? Quello piccolo? Lei per caso sa dove vanno, quelle anatre, quando l’acqua
si ghiaccia? Non è che lo sa?”[2]
Ora,
cosa voleva dire con questa domanda senza senso che porge a diversi tassisti
nel corso del romanzo? Si potrebbe tradurre in questo modo: “dov’è che si va,
quando le cose si mettono male? Qual è il porto sicuro presso cui si può
andare?” Ancora una volta, Holden cerca qualcosa per cui rimanere. Holden cerca
un legame, un porto sicuro. Potremmo senza dubbio dire che questa ricerca
trasuda più dal discorso narrativo, che da una reale ammissione del
personaggio: è il lettore che è portato a pensarlo.
Ad
un certo punto combina un incontro con una prostituta, ma si rende conto che la
dissolutezza con cui avrebbe dovuto “approfittarsi” di lei non gli si addice:
si sente nervoso. Holden non lo dice apertamente, ma ancora una volta ce ne
accorgiamo dalla costruzione del discorso narrativo. Forse Holden, ancora
vergine, da segretamente importanza a quel momento? Forse Holden sta scoprendo
dentro di sé un livello di consapevolezza maggiore? Holden, in questo viaggio
interiore, sta imparando a conoscersi.
L’apice
del sogno di Holden – trovare qualcosa o qualcuno per cui valga la pena vivere,
restare – ce la da l’immagine che poi da il titolo al libro (in originale), The Catcher in the Rye:
“
– Sai cosa mi piacerebbe fare? – ho detto. – Sai cosa mi piacerebbe? Se solo
per una cazzo di volta potessi scegliere? […] Hai presente quella canzone che
dice <<Se ti prende al volo qualcuno mentre cammini in un campo di
segale>>? […] Io mi immagino sempre tutti questi bambini che giocano a
qualcosa in un grande campo di segale e via dicendo. Migliaia di bambini, e in
giro non c’è nessun altro – nessuno di grande, intendo – tranne me, che me ne
sto fermo sull’orlo di un precipizio pazzesco. Il mio compito è acchiapparli al
volo se si avvicinano troppo. […] Sarei l’acchiappabambini del campo di segale.”
Anche
qui, possiamo supporre che il sogno di essere “l’acchiappabambini nel campo di
segale”, appunto The Catcher in the Rye, riguarda
la possibilità di avere uno scopo nella vita, qualcosa di importante, qualcosa
per cui valga la pena rimanere: un legame, appunto. Una missione, concreta o
astratta che sia. Qualcosa per cui valga la pena.
Nella parte finale del libro, Holden prima di sparire per sempre – più o meno erano questi i piani – decide di rivedere sua sorella Phoebe. La bambina nel pomeriggio era a Central Park. La incontra e le rivela il suo piano, quello di andar via. Facendola breve, la bimba lo segue il giorno dopo con una valigia in mano. Holden deciderà poi di rimanere per la sorellina.
Alla
fine del suo viaggio interiore, Holden, quindi, torna a casa, e poi in una
specie di riformatorio – immaginiamo dal discorso narrativo, parla solo di uno “psicanalista”
potrebbe quindi essere qualsiasi altro istituto, ma poco importa -, e alla fine
del romanzo si trova a pensare ancora a tutti quei ragazzi e quei personaggi
che aveva incontrato lungo la strada, che in qualche modo avevano contribuito a
fargli realizzare qualcosa, a fargli venire voglia di restare. Holden ci dice:
“E’
strano. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, poi inizia a mancarvi
chiunque.”[3]
Il
punto di Holden è che, esplorando la sua vita nel racconto, si era accorto di
aver maturato dei legami, di provare affezione, di aver trovato un motivo per
restare. Il romanzo chiude il cerchio che aveva aperto all’inizio, quando Holden
confessava di non provare nulla nel dire addio alla sua vita, e che tutto
quello che voleva era provare qualcosa. Alla fine del romanzo ottiene proprio
quello che desiderava all’inizio.
La
domanda che sorge ora è, in che fase del romanzo Holden Caulfield è più libero,
all’inizio, quando è privo di legami e libero di andare dove vuole, senza niente
che possa scalfirlo, o alla fine del romanzo, quando si rende conto di essere
legato a tante cose, e di conseguenza di essere più fragile?
Se dovessimo
seguire un filone di pensiero logico, diremmo all’inizio del romanzo. Ma cosa
resta all’uomo forte che non si lega mai? La sensazione di Holden Caulfield durante
tutto il suo racconto: una sensazione di perdizione.
Quando
uno dice, ad esempio, che vuole essere libero di girare il mondo, in lungo e in
largo, e di fare come gli pare. Ecco, quando uno dice così, i primi anni
potrebbe realmente sentirsi felice in questo suo sentirsi perso, in questo suo
girovagare senza meta, ma si può veramente dire che abbia avuto uno scopo la
sua esistenza in quegli anni? Si, conoscerà un mucchio di gente, si, conoscerà
un mucchio di culture. Ma prima o poi, non sentirà forse il desiderio di
restare? Holden ci mette di fronte ad un quesito, quando possiamo considerarci
liberi? E ancora, i legami ci rendono liberi o ci rendono fragili?
[1] J.D
Salinger, Il giovane Holden, Einaudi
(2014), p.4