
Quando ci si approccia alla lettura di un classico, spesso si è a priori condizionati dalla sua fama, e lo si prende in mano con grandi speranze e aspettative.
Così si inizia a leggere Il giovane Holden, uno di quei classici della letteratura americana, un’icona di spicco della beat generation.
Potremmo essere, dunque, a priori, ispirati dalle tante pagine di critica letteraria che forzatamente, con più o meno piacere, abbiamo letto nel corso della nostra vita, e iniziare adesso a fare una critica sulla figura di Holden Caulfield, sui parametri socio-politici dell’epoca, sul suo autore, J. D. Salinger. In quel caso, tuttavia, non faremmo niente di nuovo, quindi niente di interessante.
Vorrei piuttosto soffermarmi a riflettere a tu per tu con Holden, fare quattro chiacchiere, libero dai preconcetti letterari, critici, dal superstrato di cui è investita la sua storia, e dire cosa ne penso come se stessi leggendo l’opera di un esordiente.
La traduzione che ho letto del giovane Holden è la più recente, edita da Einaudi nel 2014. Si tratta di una versione moderna e linguisticamente al passo con i tempi che rende la lettura scorrevole e forse più vicina alla percezione che ne avevano i ragazzi contemporanei alla prima uscita del romanzo.

Ora, facciamo finta di trovarci dunque di fronte ad un testo nuovo: il giovane Holden ha una trama piuttosto semplice: Holden Caulfield è un ragazzo problematico, che ha subito la morte di un fratello a cui era particolarmente legato, e da allora ha problemi a scuola, ed è stato cacciato dall’ennesimo istituto scolastico. Decide così con i suoi risparmi di gironzolare per New York e non tornare a casa dalla famiglia: se avessero saputo che era stato nuovamente espulso, l’avrebbero “ucciso.” Holden riflette a voce alta per tutto il romanzo, e ci racconta di vecchie conoscenze e della sorellina Phoebe. Ha qualche disavventura con il portaborse dell’albergo in cui si trova, e cerca di uscire con qualche vecchia fiamma. Alla fine ritorna a casa e i suoi genitori lo mandano in riformatorio – o una struttura simile. In ogni caso la trama non è poi così interessante, a raccontarla in questo modo. Eppure non si può dire lo stesso del “discorso narrativo.”
Facciamo un passo indietro: per trama si intende la sequela secca di eventi, mentre per discorso narrativo il modo in cui questi eventi vengono narrati, per farla breve. Il discorso narrativo può celare al suo interno entusiasmanti messaggi e momenti d’alta tensione poetica – ovvero momenti che colpiscono il lettore, che suscitano in lui/lei un’emozione.
Ecco, il discorso narrativo del giovane Holden ci suggerisce tanti e svariati aspetti interessanti, tra cui narrerò in questa sede di quelli che più mi stanno a cuore. In primis, ci parla di un ragazzo, e della disperata ricerca di un punto di riferimento, di un legame, di qualcosa per cui valga la pena restare o andare. Quando Holden deve lasciare la sua nuova scuola, perché espulso, si siede di fronte al campo da baseball e dice:
“La verità è che lassù c’ero andato per vedere se riuscivo a provare un senso d’addio. […] Non importa se è un addio triste o brutto: io, quando me ne vado da un posto, voglio sapere che me ne sto andando. Altrimenti stai ancora peggio.”[1]
Quello che Holden vuole dire è che restare o andare via da quella scuola per lui era esattamente la stessa cosa: all’inizio del romanzo Holden è totalmente libero, è privo di legami, non gliene frega niente di niente. Non gli importa di tornare a casa, non gli importa di restare, non gli importa dei soldi, non gli importa se li finirà, l’unica cosa che vorrebbe, però, dentro di sé e scoprire come sarebbe se gli importasse.
Così Holden va via, e con il suo linguaggio semplice – ancora una volta il discorso narrativo del romanzo – inizia a parlarci di tutti i ragazzi che aveva incontrato in quest’ultima scuola e di molti che aveva conosciuto prima, tutto questo mentre l’azione narrativa è piuttosto scarna: Holden si dirige semplicemente dal dormitorio presso un hotel di New York.
Ci parla anche di una ragazza che capiamo essergli sempre piaciuta – “la vecchia Jane” – e di un’altra, un po’ più avanti nella narrazione, con cui prova ad uscire – Sally. Nel romanzo Holden tenta un paio di volte di telefonare alla prima, ma riaggancia, con la seconda invece ci esce senza tanti problemi, ma neppure tanta voglia. Potremmo definirla psicologia inversa, ma mentre Holden si racconta, noi capiamo che in realtà quella con cui voleva uscire era Jane, che con lei Holden aveva un legame, e ce lo fa capire attraverso racconti e pensieri random su di lei.
Un altro pensiero random in diversi punti del romanzo riguarda le anatre su un lago a Central Park, Holden è costernato da un dubbio:
“Senta, – gli faccio. – Ha presente le anatre che ci sono nel laghetto vicino Central Park South? Quello piccolo? Lei per caso sa dove vanno, quelle anatre, quando l’acqua si ghiaccia? Non è che lo sa?”[2]
Ora, cosa voleva dire con questa domanda senza senso che porge a diversi tassisti nel corso del romanzo? Si potrebbe tradurre in questo modo: “dov’è che si va, quando le cose si mettono male? Qual è il porto sicuro presso cui si può andare?” Ancora una volta, Holden cerca qualcosa per cui rimanere. Holden cerca un legame, un porto sicuro. Potremmo senza dubbio dire che questa ricerca trasuda più dal discorso narrativo, che da una reale ammissione del personaggio: è il lettore che è portato a pensarlo.
Ad un certo punto combina un incontro con una prostituta, ma si rende conto che la dissolutezza con cui avrebbe dovuto “approfittarsi” di lei non gli si addice: si sente nervoso. Holden non lo dice apertamente, ma ancora una volta ce ne accorgiamo dalla costruzione del discorso narrativo. Forse Holden, ancora vergine, da segretamente importanza a quel momento? Forse Holden sta scoprendo dentro di sé un livello di consapevolezza maggiore? Holden, in questo viaggio interiore, sta imparando a conoscersi.
L’apice del sogno di Holden – trovare qualcosa o qualcuno per cui valga la pena vivere, restare – ce la da l’immagine che poi da il titolo al libro (in originale), The Catcher in the Rye:
“ – Sai cosa mi piacerebbe fare? – ho detto. – Sai cosa mi piacerebbe? Se solo per una cazzo di volta potessi scegliere? […] Hai presente quella canzone che dice <<Se ti prende al volo qualcuno mentre cammini in un campo di segale>>? […] Io mi immagino sempre tutti questi bambini che giocano a qualcosa in un grande campo di segale e via dicendo. Migliaia di bambini, e in giro non c’è nessun altro – nessuno di grande, intendo – tranne me, che me ne sto fermo sull’orlo di un precipizio pazzesco. Il mio compito è acchiapparli al volo se si avvicinano troppo. […] Sarei l’acchiappabambini del campo di segale.”
Anche qui, possiamo supporre che il sogno di essere “l’acchiappabambini nel campo di segale”, appunto The Catcher in the Rye, riguarda la possibilità di avere uno scopo nella vita, qualcosa di importante, qualcosa per cui valga la pena rimanere: un legame, appunto. Una missione, concreta o astratta che sia. Qualcosa per cui valga la pena.
Nella parte finale del libro, Holden prima di sparire per sempre – più o meno erano questi i piani – decide di rivedere sua sorella Phoebe. La bambina nel pomeriggio era a Central Park. La incontra e le rivela il suo piano, quello di andar via. Facendola breve, la bimba lo segue il giorno dopo con una valigia in mano. Holden deciderà poi di rimanere per la sorellina.
Alla fine del suo viaggio interiore, Holden, quindi, torna a casa, e poi in una specie di riformatorio – immaginiamo dal discorso narrativo, parla solo di uno “psicanalista” potrebbe quindi essere qualsiasi altro istituto, ma poco importa -, e alla fine del romanzo si trova a pensare ancora a tutti quei ragazzi e quei personaggi che aveva incontrato lungo la strada, che in qualche modo avevano contribuito a fargli realizzare qualcosa, a fargli venire voglia di restare. Holden ci dice:
“E’ strano. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, poi inizia a mancarvi chiunque.”[3]
Il punto di Holden è che, esplorando la sua vita nel racconto, si era accorto di aver maturato dei legami, di provare affezione, di aver trovato un motivo per restare. Il romanzo chiude il cerchio che aveva aperto all’inizio, quando Holden confessava di non provare nulla nel dire addio alla sua vita, e che tutto quello che voleva era provare qualcosa. Alla fine del romanzo ottiene proprio quello che desiderava all’inizio.
La domanda che sorge ora è, in che fase del romanzo Holden Caulfield è più libero, all’inizio, quando è privo di legami e libero di andare dove vuole, senza niente che possa scalfirlo, o alla fine del romanzo, quando si rende conto di essere legato a tante cose, e di conseguenza di essere più fragile?
Se dovessimo seguire un filone di pensiero logico, diremmo all’inizio del romanzo. Ma cosa resta all’uomo forte che non si lega mai? La sensazione di Holden Caulfield durante tutto il suo racconto: una sensazione di perdizione.
Quando
uno dice, ad esempio, che vuole essere libero di girare il mondo, in lungo e in
largo, e di fare come gli pare. Ecco, quando uno dice così, i primi anni
potrebbe realmente sentirsi felice in questo suo sentirsi perso, in questo suo
girovagare senza meta, ma si può veramente dire che abbia avuto uno scopo la
sua esistenza in quegli anni? Si, conoscerà un mucchio di gente, si, conoscerà
un mucchio di culture. Ma prima o poi, non sentirà forse il desiderio di
restare? Holden ci mette di fronte ad un quesito, quando possiamo considerarci
liberi? E ancora, i legami ci rendono liberi o ci rendono fragili?
[1] J.D Salinger, Il giovane Holden, Einaudi (2014), p.4
[2] Ibid, p. 71
[3] Ibid, p. 251
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