Tempi difficili. Una frase inflazionata oramai, che si legge ovunque, da due anni a questa parte; il titolo di un’opera di Dickens, anche, Hard Times. In ogni caso, un’espressione che sembra essere sempre attuale, sempre giusta, in certi momenti della vita. Tempi difficili in cui la terra sotto i piedi sembra crollare, in cui le certezze, le abitudini si scardinano come pezzi di un puzzle.
Niente come le pagine di un buon libro può aiutare di più in certe circostanze della vita: pagine bianche, concrete, fisse, stabili, scritte con parole indelebili, stampate per bene, inchiostro e pagine che non possono mutare con il mutare del giorno, che rimettono in equilibrio una bilancia dove dall’altra parte c’è l’incertezza e la mutevolezza dei tempi: prove inconfutabili di qualcosa che rimane fisso in un universo in continuo cambiamento. I libri, che meraviglioso strumento di salvezza!

I baffi di Emmanuel Carrère, per esempio, sono un’ironica commistione tra tempi bui e follia, una storia che fa vivere ed esorcizzare attraverso il testo un universo che si scardina piano piano, senza che il lettore, insieme al protagonista, riesca a trattenerne i pezzi, che sfuggono di mano e volano via, a distanze irraggiungibili e inconcepibili.

Il protagonista, di cui non a caso non conosciamo il nome, decide di tagliarsi i baffi durante una delle sue abitudinarie sedute di rasatura di fronte allo specchio. Pensa in questo modo di fare una sorpresa alla moglie Agnès. Non appena contempla la sua immagine priva dei baffi, però, si pente immediatamente dell’atto compiuto e ne risente ancora di più quando la moglie, gli amici e i colleghi sembrano non accorgersi del fatto che lui si fosse tagliato i baffi. In verità tutti i suoi conoscenti sembrano sostenere che lui non abbia mai portato i baffi. Confortato da vecchie foto e prove circa la sua identità passata da uomo baffuto, il protagonista crede che sia la moglie ad essere impazzita, e che la stessa sia sostenuta nella sua follia da amici e conoscenti.
Sprofondiamo così insieme all’innominato protagonista in un tunnel oscuro in cui non si riesce più a capire chi si è, chi si è stati, se si è stati qualcuno, perfino se si è esistiti davvero. L’immagine di se stesso e della propria vita diventa via via più confusa, e dalla chiarezza e rigore iniziali sembra quasi, man mano che il testo procede, di iniziare a vedere la vita e la storia del protagonista come da lenti appannate. Chi è il matto della storia? Qual è la verità? Sono mai esistiti questi baffi?

La meraviglia della scrittura del testo è che lo stesso è parlante, in un modo simile a quello che Gates definì per la letteratura afro-americana come “spekearly text,” ovvero un testo letterario la cui voce narrante non appartiene né al protagonista né ad un narratore onnisciente, si tratta di una voce ibrida che non si può collocare né da un lato né dall’altro, ma che segue i pensieri del protagonista così come la narrazione esterna della storia.[1] E’ un modo meraviglioso di narrare, che fa immergere del tutto nelle vicende raccontate, cosicché anche al lettore sembra di non capire più dove sia il bandolo della matassa, e si riesce quasi a vivere le stesse emozioni che si associano al protagonista, mantenendo comunque un tono distaccato, leggero quasi – paradossalmente.

L’estremizzazione del concetto di perdita della propria identità è poi un altro tema fondamentale del libro: dall’assenza sostanziale di un nome che definisca il protagonista fin dall’inizio – mancanza di cui quasi non ci si rende conto per via del meraviglioso stile di narrazione di cui parlato poc’anzi – alla totale perdita del senso di realtà, della consapevolezza della propria immagine, del proprio volto, che non si riconosce e si vuole quasi scardinare dal corpo. Ci sono, nel testo, passaggi meravigliosi e quasi poetici, di una malinconia tenera e stoica, che riguardano il lento abbandono da parte del protagonista degli oggetti relativi a quella che crede essere oramai la sua vita passata, un addio privo di sofferenza e per questo quasi condotto da un doppio di se stesso che non riesce più a concepire chi fosse o a cosa fosse legato prima:
“Capì soltanto che non avrebbe più telefonato, e stracciò il foglio con i numeri. E quando un po’ più tardi ripensò ad Agnes, era diventata una cosa troppo lontana perché l’assenza del corpo stretto al suo, della voce ridente, eccitata dall’avvicinarsi dell’inferno del gioco, fosse nient’altro che un tenue miraggio, inconsistente, sospinto e subito dissipato dall’aria tiepida, da una stanchezza che oramai più nulla ostacolava.”[2]
O ancora:
“Ma gli bastava scuotere la testa, chiudere gli occhi per un po’ o bere qualche sorso di vino per dissipare quelle immagini sempre più esangui, svuotate della loro sostanza, ben presto fantasmi temibili quanto un telecomando in fondo al Mar della Cina, un’impressione perturbante ma fugace di déjà-vu. Non fece più alcun tentativo di telefonare, accontentandosi di camminare al sole nell’odore di pesce essiccato e del sudore che gli impregnava i vestiti, inframmezzando di lunghe sieste le sue passeggiate senza meta. Due volte al giorno, tuttavia, si radeva, rettificando a proprio uso e consumo la battuta secondo cui il dolce far niente consisterebbe nell’ascoltare la propria barba crescere. Lui ascoltava i baffi, e neanche molto attentamente, ogni tanto assaporando, steso su una panchina, l’idea astratta e ormai priva di implicazioni di essere fuggito. Anche quelle idee gli passavano in fretta.”[3]

Infine, ovviamente ai più non sarà sfuggito il palese richiamo a Pirandello e a Il fu Mattia Pascal, per la trama trattata e anche per la tematica della follia, molto cara allo scrittore siciliano, anche per vicende legate alla sua biografia. C’è anche poi un riferimento meno palese, e forse più soggettivo e ampio, legato alla cultura di massa, relativo a come la nostra identità e stato d’animo siano spesso legati al modo in cui curiamo il look, i capelli in particolare, nel caso del protagonista i baffi. Molto spesso si dice, ad esempio, che quando una donna vuole cambiare vita da un taglio ai capelli, o che siamo belli per forza quando siamo felici. Così il protagonista associa il suo essere al mantenimento o meno dei baffi, al radersi per bene tutte le sere, o a non radersi quando pensa di essere uscito fuori di testa, una routine di abitudini che conforta e bilancia la costante insicurezza e il continuo mutamento della vita.

Sembra quasi che si abbia bisogno di associare sempre e comunque la propria esistenza a qualcosa di concreto e palese, che si può mostrare o ostentare, una dimostrazione fattiva e concreta di chi si è a se stessi e al mondo: ecco, sto bene, non vedi quanto mi curo? Ecco, non vedi che ho tagliato i capelli? E’ perché sono cambiat*. E ancora, non mi curo perché sto male, perché non mi sento bene, perché non so più chi sono o voglio essere.
Non è chiaro, quindi, che l’essere è una cosa che si ha dentro, che spesso comunque non è comprensibile al mondo esterno. I baffi rappresentano dunque una stoica, malinconica, leggera, ironica a tratti, riflessione sul concetto di identità e su quanto sia importante che la stessa sia prima una conquista dell’essere, distaccata e indipendente da come ci vedono gli altri.
[1] Vedasi: Gates, Henry L. The Signifying Monkey: A Theory of African- American Literary Criticism. Oxford: Oxford University Press, 1988
[2] Carrère, Emmanuel. I baffi. Milano: Adelphi, 2020, p.136.
[3] Ibid., p. 142.






da divorare sotto l’ombrellone.
