La piacevole scorrevolezza del testo, che permette di terminare il romanzo in un paio di giorni, potrebbe trarti in inganno, caro lettore, e farti considerare La casa dei pazzi di Michael Krüger come uno dei tanti libri
da divorare sotto l’ombrellone.
Senza avere la pretesa di tirarmi fuori dal gruppo, come un Jack Frusciante qualsiasi (anche io ho letto quest’opera sotto i raggi cocenti del sole siciliano), vorrei spiegarti il perché penso sia qualcosa di più di una semplice lettura estiva. Certo, le personalità esilaranti che incontrerai lungo il reading process ti alleggeriranno di molto la faccenda, e ti faranno rilassare portandoti in un mondo tanto assurdo quanto vero, ma non è questo il punto del romanzo. Si, a me piace sempre trovarci un punto. Perché qualcuno dovrebbe prendersi la briga di stare mesi a scrivere e altrettanti a correggere bozze fastidiose, se nei romanzi non ci fosse un punto? Ad ogni modo, per capire il punto, bisogna prima contestualizzare un po’ la vicenda:
Il protagonista di questa storia, un annoiato archivista di un giornale, riceve in eredità un intero palazzo da una zia che non ha mai conosciuto, in quanto unico erede in vita. Decide dunque di trasferirsi in un appartamento della sua nuova proprietà – dove abitano altri condomini – e di sviluppare in esso la sua nuova “filosofia del niente, dell’assenza di movimento, della noia.” Il protagonista esordisce infatti nella sua nuova vita dicendo che per la prima volta voleva “annoiarsi con trasporto.” Ma è davvero di noia che si parla? In parte. Noia, certo, ma essa è solo la conseguenza della causa scatenante di ogni cosa, una causa latente, mai specificata: l’insoddisfazione del proprio essere. Spesso nel romanzo l’uomo parla della propria professione come di qualcosa che non è più necessaria nel moderno mondo digitale: in qualche modo, a soli 40 anni, egli si sente quasi annullato, come se la propria identità legata ad un mestiere ormai non richiesto, un padre disperso chissà dove, e nessun altro legame nella vita, fosse anch’essa flebile e irrilevante, come il resto delle cose che lo circondano. Non soddisfatto della propria, egli decide allora di assumere l’identità del precedente inquilino dell’appartamento, Georg Faust, uno scrittore e poeta, che non si sa che fine abbia fatto. Attraverso esilaranti tentativi di nascondere al resto dei condomini che egli è in realtà il loro padrone di casa – e dichiarandosi semplicemente un “libero filosofo” – il protagonista ci porta insieme a lui nel tentativo disperato di cercare la propria, vera, essenza d’essere, perché “solo quando si è ascoltato se stessi così a lungo da non conoscersi più, soprattutto da non capirsi più, allora può succedere che si diventi un poeta.”

Tra le assurdità manifeste del racconto, credo, caro lettore, che ci sia un fondo di verità in cui ognuno può immedesimarsi: ci sono fasi nella vita in cui ci si guarda indietro e si pensa di aver perso tempo. Si pensa di essere diventati qualcosa che non si voleva, di aver sprecato occasioni, di aver sprecato ogni talento per qualcosa di mediocre, di noioso. Ci si chiede dove siano finite le scintille dell’anima che magari in tempi non lontani – o forse lontani – lampeggiavano attraverso i propri occhi. Il filosofo Fichte diceva che l’io per realizzarsi ha bisogno di un’opposizione, di una resistenza, di un “non-io”, di qualcosa di distante da sè: ecco, attraverso il distanziamento da noi stessi, allora, per un paradosso metafisico, potremmo forse raggiungere ciò che vogliamo realmente essere, o meglio, ciò che già siamo in potenza? Il non-io che si diventa durante certe fasi della vita pare essere allora la strada più appropriata per raggiungere se stessi. Non è forse questo che cerchiamo, quando non ne possiamo più, e decidiamo di andare via, oppure di fare qualcosa di insolito, come mettere due calzini di diverso colore per il gusto di farlo, oppure di partire, di affrontare un’esperienza diversa, un’esperienza “pazza” – ma “pazza” solo perché distante dalla routine, dall’ordinario, da ciò che è moralmente considerato “normale”? Ogni volta che facciamo un piccolo atto di ribellione quotidiana, noi, caro lettore, siamo il proprietario della “casa dei pazzi” di questo romanzo e forse siamo un passo più vicini a capire cosa vogliamo davvero. Riuscirà il “Non – Georg Faust” del racconto a ritrovare se stesso? Io, alla fine del romanzo, un’idea me la sono fatta. #enjoyyourreading
