
Chiudendo Cime Tempestose la sensazione che rimane è quella di un grande scombussolamento. Il vento impetuoso della brughiera ha messo in disordine i pensieri, ha appesantito il cuore con un cocktail di emozioni e adesso tocca decifrarle.

Non può essere solo una storia d’amore il punto. Lo scombussolamento è così grande che ci sembra assurdo che a provocarlo sia solo un sentimento amoroso. C’è qualcosa di più. C’è qualcosa di perturbante, un sentimento diverso trattenuto dalle pagine, una potenza sovrumana, divoratrice di ogni altra sensazione. Resta solo lei, misteriosa, questa sensazione impetuosa che si impone sulla realtà circostante, su noi stessi.
LA TRAMA
(Attenzione! Salta questa parte se, diversamente da me, non ti piacciono gli spoiler):

Il signor Lockwood soggiorna come affittuario a Trushcross Grange. Conosce il padrone della tenuta, Heathcliff, un soggetto che appare misantropo e inospitale, e piuttosto grezzo nei modi. Heathcliff vive nella sua proprietà sulle colline, Wuthering Heights, poco distante da Trushcross Grange, e Lockwood ne fa la conoscenza andandolo a trovare. A Wuthering Heights conosce la giovane Catherine Heathcliff, moglie del figlio del padrone, e Hareton Earnshaw. A causa di una tormenta, si ferma una notte a dormire a Wuthering Heights, in una camera in cui il padrone non fa avvicinare nessuno. Lì legge le iscrizioni “Catherine Earnshaw”, “Catherine Linton”, “Catherine Heathcliff”. Ha un incubo, in cui gli sembra che il fantasma di Catherine Linton voglia entrare nella stanza. Ritornato a Thrushcross Grange, si fa raccontare dalla governante, Nelly, la storia di quella strana famiglia. Nelly diventa quindi la narratrice, e racconta di come la proprietà fosse appartenuta un tempo agli Earnshaw, e che era stato il signor Earnshaw a portare in casa un trovatello scuro di carnagione, che aveva ribattezzato Heathcliff. Nelly racconta di come l’attuale padrone fosse cresciuto inizialmente con i figli di Earnshaw, Catherine e il fratello maggiore Hindley, e di come alla morte del padre, Hindley avesse disprezzato Heathcliff, e lo avesse trattato da servo. Catherine e Heathcliff crescevano come amici inseparabili, ma un giorno per un infortunio Catherine viene trattenuta nella proprietà in fondo alla valle, Trushcross Grange, in cui vivevano i Linton e i loro due figli, Edgar e Isabella. Catherine torna a Wuthering Heights qualche tempo dopo, vestita come una signorina, e decisamente più aggraziata nei modi. Heathcliff, che viveva come un selvaggio, si sente tradito dall’amica. Qualche anno dopo, Linton chiede a Catherine di sposarlo. La ragazza confida a Nelly che non avrebbe mai potuto sposare Heathcliff, per via della sua povertà, mentre Linton era un giovane facoltoso. Heathcliff la sente e fugge via, sparendo per tre anni. Catherine ne è distrutta inizialmente, ma sposa Linton, sebbene avesse confessato a Nelly di amare Heathcliff di un amore più profondo (“Di qualunque cosa siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono uguali [1]” dice Catherine a Nelly, parlando di Heathcliff). Dopo tre anni, Heathcliff ritorna, ed è ricco, e nessuno sa come abbia fatto a procurarsi il denaro. Hindley nel frattempo si era sposato, aveva avuto un figlio, ma la moglie era morta lasciandolo nella disperazione. Ubriaco e pieno di debiti, riprende in casa Heathcliff, desideroso di sapere come aveva ottenuto quel denaro e di sfruttarlo a suo piacimento. Tuttavia, nelle sue condizioni, sempre poco sobrio e fuori di sé, è lui ad essere manipolato da Heathcliff, che si ingrazia il figlio Hareton e lo fa crescere come un analfabeta e un rozzo – per vendicarsi di Hindley e del modo in cui lo aveva trattato nell’infanzia. Heathcliff torna a frequentare Catherine, sposata con Linton, e i due trascorrono pomeriggi insieme e lunghe passeggiate, nonostante la gelosia dei Linton, di Edgar per la moglie Catherine, e di Isabella, invaghita di Heathcliff, per quest’ultimo. Venuto a sapere da Catherine che Isabella nutriva un sentimento per lui, Heathcliff escogita di sposarla per impadronirsi poi del patrimonio dei Linton. Una notte fugge insieme a lei, e Catherine è distrutta dal dolore. Smette di mangiare, è presa da una follia acuta, ed è incinta di Linton. Senza Heahtcliff, è inconsolabile. Quando lui ritorna, trova Catherine in uno stato deteriorato, i due si confessano vicendevolmente il proprio affetto attraverso un momento di teneri abbracci, e dopo poco Catherine muore, dando prematuramente alla luce la figlia. Heathcliff ne è distrutto. Isabella fugge da Wuthering Heights e da alla luce il figlio di Heathcliff. Trascorrono anni in cui la figlia di Catherine, che portava lo stesso nome della madre, non sa nulla di Wuthering Heights e dei suoi abitanti. Alla morte di Isabella, Edgar va a prendere il nipote per crescerlo a Trushcross Grange, ma egli viene reclamato dal padre, Heathcliff. Catherine Linton scopre così l’esistenza dello zio Heathcliff. Heathcliff con astuzia cercherà di far innamorare la piccola Cathy del figlio, per sottrarre a Linton le sue proprietà. Quando Edgar è in punto di morte, Heathcliff attira Cathy con l’inganno a Wuthering Heights e la costringe a sposare il figlio, Linton Heathcliff. Edgar muore, ma anche Linton Heathcliff è molto malato. Dopo poco muore anche lui. Heathcliff inizia a dare segni di squilibrio, manifestando una spasmodica eccitazione. Sembra essere tormentato da voci e presenze, che ovviamente richiamano Catherine Earnshaw. Inizia a digiunare, a fare strane uscite notturne, passeggiate in solitaria e di lì a poco muore. Non avendo avuto il tempo di escluderla con un testamento appropriato, dopo la morte di Heathcliff, Catherine Linton ritorna in possesso delle ricchezze di famiglia e si innamora di Hareton Earnshaw, e gli insegna a leggere.

Tra tutte le cose che possono essere dette di questo romanzo, non si può certo dire che la trama sia leggera, o felice. Anche la trama è perturbante. Le decisioni dei protagonisti possono, a tratti, apparire esagerate e prive di senso. L’ingarbugliamento delle storie e delle relazioni fa quasi pensare ad un Midsummer Night’s Dream in chiave gotica: i due protagonisti non stanno con chi amano veramente. I personaggi sono vittime di un non necessario auto-sabotaggio, che è alla base delle loro scelte, e della loro tragica fine. Sono travolti da un ciclone di sentimenti che non riescono a governare. Sembra che non riescano a pensare lucidamente, ed è questo che non gli permette di fare scelte razionali, imprigionandoli nella vendetta e nell’ossessione reciproca.
Catherine e Heathcliff si identificano l’uno con l’altra. Catherine dice “io sono Heahtcliff[2]”, ad un certo punto. Ho letto e sentito vari commenti di ragazze che inneggiavano alle “red flags” e all’amore tossico, commentando la trama di Cime Tempestose. Io, però, credo che questa sia una lettura superficiale. Questo non è un libro sull’amore tossico. E’ un libro sull’incapacità di gestire la propria tempesta interiore. Heathcliff è Catherine perché rappresenta la parte “tempestosa”, irrequieta, la parte più oscura del suo essere. Heathcliff è come lei, come la parte più profonda e vera della sua anima. Quando sono insieme è il momento in cui possono essere davvero se stessi, perché mostrandosi nella loro intima essenza, quella più buia, quella più autentica, sanno di capirsi. L’identità di Catherine, però, è spezzata tra l’esprimere la sua tempesta interiore, ed essere quello che la società apprezzerebbe di più, ovvero la moglie del giudice Linton. Il sentimento per Linton è un sentimento superficiale, come le ragioni che lo governano. Il sentimento per Heathcliff è profondo com’è profonda l’anima. E in questo rinnegarlo, Cathy rinnega se stessa, ed è questo rinnegarsi che la uccide a poco a poco:

“Perché hai tradito il tuo stesso cuore, Cathy? […] Sei stata tu ad ucciderti. […] Perché non c’è miseria, degrado o morte, nulla che Dio o Satana possano infliggere, che avrebbe potuto dividerci; sei stata tu, di tua volontà, a farlo. Non sono stato io a spezzarti il cuore, sei stata tu a spezzarlo da sola.”[3]
Heathcliff pronuncia queste parole nel capitolo 15, poco prima che Cathy muoia. E’ il capitolo in cui i due sono finalmente sinceri l’uno con l’altra, quasi come fosse una confessione, un riappacificamento, prima dell’eterna separazione delle due anime, che rimangono tuttavia legate anche dopo la morte: Heathcliff sentirà costantemente la presenza di Cathy, e questo alimenterà la sua rabbia nei confronti dei sopravvissuti, i figli di entrambi e i Linton. Se da una parte Heathcliff si è sentito rifiutato e umiliato tutta la vita, Catherine rappresentava per lui quella parte di se stesso che poteva amare, e vedeva nel suo amore la legittimazione della sua stessa esistenza. L’amore tra i due è diverso perché è lo strumento vicendevole per la legittimazione del loro essere in un contesto sociale che non accettava la loro esistenza in un certo modo. Non essendo consumato, quest’amore diventa la prova dell’impossibilità per loro di esistere genuinamente in quel mondo. E’ un problema di identità e di libertà di esistere, senza maschere, in un determinato contesto sociale.

L’amore, dunque, è in questo caso uno strumento di legittimazione identitaria, rappresenta la possibilità di manifestare il proprio io, di esistere indipendentemente dalle costruzioni sociali. L’amore come strumento di scoperta di sé è spiegato da W.H. Auden nelle sue Lezioni su Shakespeare, in cui scrive:
“Passiamo ora alla natura dell’innamoramento. Come spiega Martin Buber in Ich und Du, tra i suoi elementi figura innanzitutto la scoperta di un tu al posto di un esso. Il tu richiede un rapporto con un io. […] Dalla scoperta del tu deriva quella di un io nella sua pienezza e unità. L’io diventa più attivo, più interessato, e imbarazzato dalla condizione in cui si trova. Vuole stare meglio. […] Cosa cerchiamo, come secondo obiettivo, nell’innamoramento? Non il semplice possesso. Per la mia esistenza diventa importante che tu esisti, e voglio che la mia esistenza diventi importante per te. […] Quando ci innamoriamo, scopriamo chi siamo.”[4]

Questa possibilità di esistenza genuina tuttavia viene negata. Catherine è rassegnata al fatto che non sia possibile. Non lascia ad Heathcliff alcuna voce in capitolo. La sua è un’autonegazione di sé, e di rimando di Heathcliff stesso. A questa negazione della propria esistenza e libertà di scelta Heathcliff reagisce con rabbia e desiderio spasmodico di distruggere chiunque ha intorno, mentre per Catherine diventa rassegnazione, cedimento, e infine cessazione definitiva della propria esistenza:
“Una malinconica, trasognata dolcezza aveva preso il posto del fuoco che ardeva un tempo nei suoi occhi, che invece di fissarsi sugli oggetti intorno sembravano sempre scrutare più lontano, molto più lontano; si sarebbe detto quasi fuori dal mondo.”[5]

Con queste parole, Nelly, la governante, descrive lo stato di Catherine dopo la separazione da Heathcliff, e poco prima di morire. La descrizione trasuda di rassegnazione, lei sa già di non poter più esistere, privata di una parte di se stessa, la parte che Heathcliff rappresenta. In quel periodo guarda spesso verso le colline di Wuthering Heights, verso il suo passato selvaggio, che non tornerà più. Sembra che una parte di lei sia stata squartata, rimossa a forza, e che lei adesso sia viva a metà. Guarda le colline come una che guarda la se stessa di un tempo, e che priva della parte più autentica di sé, non riesce più ad identificarsi con nulla.
A riprova di questa vicendevole identificazione tra i due protagonisti, a chiosa della struttura narrativa, Heathcliff morirà allo stesso modo di Catherine, preso da una strana malattia mentale, dovuta alla loro separazione, che lo spingerà a non curarsi per un certo periodo di se stesso, non mangiando, esattamente come aveva fatto Catherine.

In questo libro, poi, non ci sono grandi scene d’amore. A voler descrivere oggettivamente i fatti, non c’è nessun atto che, con linguaggio moderno, potremmo classificare come passionale. Eppure il romanzo trasuda di passione, di tempesta. Non è nell’atto fisico, che è pressoché inesistente (e non solo perché parliamo di un romanzo del 1800), ma è nella scrittura che vediamo la passione. C’è una tensione elettrica quasi, che non potremmo ottenere in nessun romanzo che descriva la passione in maniera più esplicita. E’ la tempesta che hanno dentro, che viene fuori dalla scrittura. E in questo Emily Brontë è stata magistrale. Virginia Woolf, in un suo saggio, scrive:
“Il significato di un libro, che tanto spesso è slegato da quanto avviene e si dice, e consiste piuttosto nel nesso che cose in sé diverse hanno assunto per lo scrittore, è inevitabilmente difficile da cogliere. […] Il che è soprattutto vero quando lo scrittore abbia, come le Brontë, un temperamento poetico. Cime Tempestose è un libro più difficile da comprendere di Jane Eyre perché Emily come poetessa era più grande di Charlotte. […] In Cime Tempestose l’io è assente. […] C’è l’amore. Ma non è l’amore degli uomini e delle donne. Emily si ispirava ad una concezione più generale. […] Ella volgeva lo sguardo verso un mondo in preda al caos e sentiva in sé la forza di conferirgli unità in un testo. Tale ambizione titanica si fa sentire da un capo all’altro del romanzo – una lotta, per metà frustrata ma frutto di un superbo convincimento, per dire, per bocca dei suoi personaggi, qualcosa che non sia semplicemente “io amo”, “io odio”, ma “noi, l’intera razza umana” e “voi, le potenze eterne…” e la frase rimane incompiuta. […] E’ questa allusione alla forza insita nell’umana natura, che la innalza in presenza di ciò che è grande, a conferire al libro una statura straordinaria in mezzo agli altri romanzi.”[6]

In altre parole, Virginia Woolf ci parla della “tensione poetica” del testo, e ci dice che il romanzo pare così grande rispetto agli altri perché l’autrice riesce a condensare nella sua scrittura un’immensa tensione poetica che ci rimanda ad una sensazione che richiama la grandezza dell’universo intero, e non un semplice sentimento d’amore. E’ tutti i sentimenti insieme racchiusi nella tensione del testo.
Certo, ci sono tematiche che innalzano anche il senso della trama, come la questione femminile nell’800, in cui la donna era costretta a sposarsi “bene” per avere un futuro dignitoso, e la questione della “razza”, non a caso Heathcliff è descritto come “scuro di carnagione”, o quasi “un principe di una terra lontana”, e gli vengono conferiti così tratti di una “razza” esotica, frutto di secoli di colonialismo inglese; o ancora, la gestione del patrimonio e l’eredità, ma queste tematiche ci sono in moltissimi romanzi inglesi del tempo, con personaggi anche più finemente delineati, come dice anche Virginia Woolf, citando Jane Austen o Tolstoj.[7] La grandezza di Cime Tempestose è proprio la poeticità del suo testo. E’ l’emozione fatta parola, e non attraverso la descrizione, ma attraverso la tensione letteraria.
Ci sono poi anche riferimenti, secondo me, nel sottotesto, da poter rapportare a Shakespeare, e penso alla frase di frate Lorenzo in Romeo e Giulietta, che menziona la pericolosità di un amore consumante:

“Le gioie violente hanno fine violenta, e muoiono nel loro trionfo come il fuoco e la polvere che si consumano in un bacio. Il miele più soave nausea per la troppa dolcezza, e basta assaggiarlo, per non averne più desiderio. Amatevi, dunque, con misura; così l’amore durerà più a lungo.”[8]
O ancora, rispetto al concetto di rinnegare il proprio amore, e quindi il proprio essere, penso ad Amleto, alla frase: “Soprattutto questo: sii fedele a te stesso[9]”. O ancora, per la vendetta escogitata da Heathcliff, nel far sposare Catherine Linton e suo figlio, Linton Heathcliff, penso a Miss Havisham di Grandi Speranze di Charles Dickens, che per una ferita d’amore cresce la sua Estella con lo scopo di vendicarsi dell’uomo che le ha spezzato il cuore, e sceglie come vittima il piccolo Pip.

Cime Tempestose, quindi, non si sottrae ad influenze e argomenti già citati nella letteratura inglese, ma si distacca da ogni altro romanzo per via di quello che non può essere copiato da nessun altro, il talento nella scrittura che si manifesta nella tensione letteraria: questo fa sì che la protagonista non sia una storia d’amore, ma il sentimento stesso che aleggia tra le pagine, rinchiuso, imprigionato lì, che ancora urla, com’era stato imprigionato nel cuore degli stessi protagonisti. E’ il testo che si erge a protagonista stesso, è pura manifestazione di sentimenti ed emozioni. Come scriveva Barthes, “il testo è il campo in cui la lingua agisce”[10]. Questa capacità di annullare il proprio io, e lasciare che il testo trasmetta emozioni così forti al lettore è lo stadio di scrittura più elevata a cui uno scrittore può ambire. E nel caso di Cime Tempestose è così magistrale che supera anche alcune perplessità rispetto alla struttura e ai personaggi. Mi chiedo, era necessario inserire Lockwood come personaggio? Qual è la sua funzione se non solo farsi raccontare la storia dalla governante, Nelly? Non poteva scriverla direttamente Nelly? Se non si fosse scelto il narratore interno, il testo poteva assumere connotati ancora più poetici e forti?

Non lo sapremo mai. Emily Brontë ha scritto purtroppo solo questo romanzo, ed è morta a 30 anni. Non sapremo mai come la sua scrittura si sarebbe evoluta. Quello che sappiamo è che la tempesta della sua anima è ancora tra di noi, come i fantasmi della sua brughiera, chiusa in quel testo magico che compone il suo romanzo.

A chi lo consiglio: a quelli che solitamente non si fermano alle apparenze.
A chi non lo consiglio: a quelli che hanno ascoltato con interesse i video su TikTok in cui si diceva che questo è un libro che parla di red flags in amore.
[1] E. Brontë, Cime Tempestose, Torino: Einaudi, p. 89.
[2] Ibid., p. 91.
[3] Ibid., p. 178.
[4] W.H. Auden, Lezioni su Shakespeare. Milano: Adelphi, 2024, p. 101-102.
[5] Ibid., p. 173.
[6] Woolf, V. “Jane Eyre e Wuthering Heights”, in E. Brontë, Cime Tempestose, Torino: Einaudi, X-XI.
[7] “Non occorre andare lontano per scoprire gli inconvenienti di essere Jane Eyre. Essere sempre istitutrici e innamorate costituisce un vero limite in un mondo che, dopo tutto, è pieno di persone che non sono né l’una né l’altra cosa. I personaggi di Jane Austen o di un Tolstoj hanno al confronto un milione di sfaccettature.” In Woolf, V. “Jane Eyre e Wuthering Heights”, in E. Brontë, Cime Tempestose, Torino: Einaudi, p. VII.
[8] Shakespeare, W. Romeo e Giulietta, Atto II, Scena VI, trad. Salvatore Quasimodo, Milano: Mondadori, p. 117.
[9] La frase è detta da Polonio, Atto I, Scesa III in Amleto.
[10] In Barthes, Roland. Dall’opera al testo. Traduzione di Bruno Bellotto. Torino: Einaudi, 1982.








