
Tempo fa ho visto online il video di una formica attorno alla quale era stato disegnato un cerchio con una biro. La formica non riusciva a uscire dal cerchio. Pensava che quel tratto di penna fosse un muro insormontabile. Era una metafora: una rappresentazione visiva di come, a volte, i limiti che percepiamo siano mere creazioni della mente. L’ho trovato illuminante, ma anche esplicativo della forza creatrice del pensiero: quello che pensiamo può dar vita a situazioni concrete, ma può anche imprigionarci in deduzioni irreali.

Nel 2023 è stato pubblicato un libro di Haruki Murakami, poi tradotto in Italia nel 2024, su una città circondata da alte mura, nata dal pensiero di due adolescenti. Non metaforicamente. I due adolescenti immaginano insieme una città con certe caratteristiche: alte mura, un fiume, un guardiano, una biblioteca. Quella città prende effettivamente vita in una sorta di mondo parallelo. Nessuno può uscirne, perché le mura lo impediscono. Se gli abitanti uscissero, morirebbero. Forse è quello che pensava la formica del video.

In ogni caso, la ragazza che, da adolescente, aveva parlato della Città al protagonista del romanzo, a un certo punto scompare nel nulla. Lui scopre che la città è reale solo da adulto: ci finisce per caso, precipitando in un buco nel bosco. In quella città incontra la ragazza scomparsa, il suo primo amore adolescenziale. Decide di restare lì, per rimanere accanto a lei, e svolgerà il mestiere di Lettore dei Sogni nella biblioteca della città. Il suo compito sarà leggere vecchi sogni, dar loro voce e, una volta letti, i sogni si disintegreranno.

Per rimanere nella Città bisogna essere separati brutalmente dalla propria ombra e lasciare che quest’ultima muoia. Il protagonista, tuttavia, non riesce a guardare la sua ombra morire, quindi la aiuta a scappare. A questo punto inizia la seconda parte del libro, in cui il protagonista ci dice di essere miracolosamente riuscito a uscire dalla Città. Spaesato e tornato alla sua vecchia vita, decide di licenziarsi e trova lavoro come direttore di una biblioteca in una misteriosa città di nome Z. Qui fa la conoscenza del vecchio direttore dell’istituto, che scopriamo essere un fantasma e che conosce la storia del protagonista: sa che in passato era stato separato dalla sua ombra e che proprio per questo riesce a interagire con uno spettro.
Il protagonista fa poi la conoscenza di un ragazzino dotato di capacità mnemoniche straordinarie: riesce a memorizzare tutti i libri che legge, ma questo gli provoca difficoltà di adattamento alla società. Il ragazzino – che viene chiamato M. e soprannominato “Yellow Submarine” per via della felpa che indossa più spesso, con un sottomarino giallo al centro – farà di tutto per trovare un modo di entrare nella misteriosa Città dalle alte mura e diventare il nuovo Lettore dei Sogni.

Spero di non aver rivelato troppo con questo piccolo riassunto, ma era propedeutico ad alcune riflessioni che questo testo mi ha ispirato.
Innanzitutto, c’è qualcosa che riguarda i nomi. Il protagonista e la famosa ragazza di cui lui non riesce a lasciare andare il ricordo non hanno un nome. La narrazione è in prima persona: tutto ci viene raccontato dall’anonimo protagonista che, sebbene non abbia un nome, ci fa entrare nella sua testa e ci accompagna in due mondi paralleli con la sua voce. Gli unici personaggi che hanno un nome sono il fantasma, il signor Koyasu, e la segretaria della biblioteca, la signora Soeda. È, infatti, una storia sulla perdita e sulla definizione della propria identità e del proprio posto nel mondo: un nome definisce, identifica. Ma quei personaggi vagano dentro il buco nero della loro mente, a cavallo di mondi misteriosi e tetri: non sono definiti e, quindi, il testo non può dare loro un nome.
In secondo luogo, la città è un rifugio tetro, in cui gli unicorni muoiono, non ci sono gatti, non c’è comfort, ci sono gelo e freddo. Per entrare nella città, il protagonista cade dentro un buco. Per uscire dalla città, la sua ombra deve gettarsi in un lago profondo. La città, quindi, è una rappresentazione del proprio inconscio. È come cadere dentro un buco nero, essere risucchiati dentro se stessi: cadere in depressione è la condizione reale che più mi viene in mente di associare a questo concetto del “cadere dentro se stessi”. Il doversi separare dalla propria ombra mi fa pensare, poi, alla condizione in cui si percepisce che una parte di sé è manchevole, che non si è completi, definiti: “Hai capito, adesso? Noi due, sia io che tu, siamo soltanto l’ombra di qualcun altro” [1], si dice a un certo punto nel romanzo.

E poi ancora, sul cadere come metafora del trovarsi in una situazione di difficoltà e spaesamento, o di profonda tristezza, questo passaggio:
– Non credo che si possa trovare un modo per non cadere. Non è detto però che non si possa fare in modo che la caduta non sia letale.
– Ad esempio? Come?
– Avendo fiducia.
– Fiducia in cosa?
– Fiducia nel fatto che a terra c’è qualcuno pronto ad afferrarti. Ci devi credere dal profondo del cuore. Senza riserve e senza condizioni. [2]
Questa parte mi ha ricordato Il giovane Holden, quando Holden parla della sua idea di vedere dei bambini che giocano in un campo di segale vicino a un precipizio e di doverli afferrare se si avvicinano troppo, per non farli cadere.[3] In quel passaggio Holden parla, secondo me, dell’avere uno scopo nella propria vita e dell’essere utile a qualcun altro. Dell’importanza dei legami, di un atto di gentilezza e d’amore che può salvare la vita in un momento di stoltezza o difficoltà.

Il protagonista di La Città e le sue mura incerte, da quando la ragazza è scomparsa, non è mai riuscito a costruirsi una vita sentimentale stabile: qualcosa lo trattiene. Vive come con il pilota automatico. C’è un ricordo nella sua mente che lo frena: il ricordo, o forse l’idea, di lei. Un ideale. Un vecchio sogno che non ha lasciato andare.

Questa idea nella sua testa, che si è concretizzata in un’intera città che ospita la ragazza dei suoi sogni, non gli permette di vivere una vita piena. La scelta, dunque, non è tra la Città e il mondo reale: è tra lasciare andare il proprio passato e i vecchi sogni irrealizzati e aprirsi al nuovo, al reale. Le idee, i sogni, lo trattengono come una zavorra. Il punto non è non riconoscere la loro esistenza; il punto è riconoscere che appartengono al passato e andare avanti. Il punto è riconoscere che rimanere nascosto in quella zona di comfort e di attesa – che sa essere vana – è ciò che gli impedisce di vivere la sua vita.
Ha paura di lasciare andare, di riconoscere che tutto è passato, che non è reale, che si tratta solo di ombre nella sua testa. Ombre del suo passato. Ombre che, trattenute, sono diventate giganti. Che hanno strabordato. Che lo hanno trascinato con sé in un buco nero.

Questa dicotomia tra realtà e sogno è un tema molto frequente in Murakami (come anche le molte citazioni musicali) e questo libro è abbastanza complesso per struttura e lunghezza. C’è poi anche il tema del doppio: essere sdoppiati tra il sè reale e la propria ombra: chi si è, distaccati dal sè passato?
Stavolta l’autore ci dà alcune chiavi per collocare questo romanzo e interpretarlo all’interno di uno schema letterario e parla apertamente di “realismo magico” e di Márquez. Ci dice poi, in postfazione, che questa storia è in realtà una delle prime che la sua mente abbia concepito, pubblicata come racconto agli esordi della sua carriera, ma che all’epoca gli sembrava manchevole di qualcosa.
Questa Città gli è rimasta in testa, così come è rimasta in testa al protagonista senza nome della storia stessa, per anni. Finché non ha trovato il modo di continuare la narrazione. Ha provato inizialmente a fonderla con un’altra idea e da quel progetto è nato il romanzo La fine del mondo e il Paese delle Meraviglie, altro libro che ho amato profondamente; successivamente, la Città ha trovato una dignità a sé stante in questo nuovo romanzo.
I rimandi a La fine del mondo e il Paese delle Meraviglie, per chi ha letto il libro, sono evidenti quando ci si approccia a La Città e le sue mura incerte, ma il finale a cui si arriva è diverso. Potete smettere di leggere qui se non amate gli spoiler.

Il protagonista de La fine del mondo e il Paese delle Meraviglie sceglierà di abbandonare per sempre il mondo reale (la sua “fine del mondo”), di morire, se volete la mia interpretazione, per rimanere confinato nei meandri della sua mente; ne La Città e le sue mura incerte, la decisione finale è quella opposta. La scena dell’addio alla ragazza, in particolare, è stata per me commovente e bellissima. E ho pensato che, in quel momento, con piena coscienza, lui stesse dicendo addio a una parte di sé.
L’immagine della ragazza non era altro che una proiezione di un sé passato, dei suoi vecchi sogni, di qualcosa che aveva perduto ma che non era pronto a riconoscere come perso. Era diventato l’ombra di se stesso.
– Addio, – le ho detto di nuovo.
– Addio, – mi ha risposto lei. Pronunciando con lentezza e prudenza, come se mettesse in bocca un cibo mai assaggiato prima. Poi ha accennato un sorriso, come sempre, ma anche quello non era il sorriso abituale. […]
L’indomani, quando si renderà conto che sono andato via dalla città, cosa proverà? In realtà, credo che una volta andato via io, anche lei sparirà dalla città. Perché forse era stata creata dalla città solo per me. Quindi se sparivo io, spariva anche lei – sì, non era inconcepibile. […] Avevo l’impressione che metà del mio corpo fosse diventato trasparente. Che qualcosa di essenziale mi stesse abbandonando. E l’avevo perso per sempre. […]
Alla fine lei ha smesso di guardarmi. Poi mi ha voltato le spalle e, come ogni sera, facendo volteggiare l’orlo della gonna, è scomparsa all’interno dell’edificio. […]
Sono rimasto solo, a guardare a lungo la traccia lasciata dalla sua presenza. Quell’immagine meravigliosa è andata affievolendosi fino a scomparire del tutto, e il nulla ha riempito il vuoto lasciato da lei.[4]
In ultima istanza, si tratta di un libro che parla di un uomo che si è perso dentro se stesso e nelle proprie fantasie, che ha messo in pausa il suo cuore, pensando che niente di reale potesse raggiungere l’estasi del suo immaginario. Il primo amore è spesso idealizzato e, prima o poi, bisogna fare i conti con la realtà. Riconoscere la differenza tra ideale e realtà aiuta anche nella definizione di se stessi, nelle varie fasi della vita.

Ma cosa sarebbe la realtà privata della meraviglia della fantasia? La realtà senza l’iperbole di una prospettiva di straordinarietà. La realtà considerata in tutta la noiosità del cinismo. Cosa sarebbe ammettere e dire: okay, non ci sarà mai niente di speciale, mai niente di straordinario, come pensavo, nella vita?
Sarebbe non voler vedere.
Ci si nasconde nell’immaginario della propria mente per paura di essere delusi dalla realtà di tutti i giorni. Eppure, bisogna dare una possibilità al reale di stupirci, di superare l’immaginazione. La realtà può essere ancora più straordinaria del sogno, se le si dà una possibilità.

Come stare in spiaggia, di notte, e avere i piedi sporchi di sabbia. E sentire il mare senza distinguerne davvero l’immagine. E vedere le stelle che spezzano il buio del cielo. E bere un bicchiere di vino (o una limonata, se non siete maggiorenni!) e, improvvisamente, lasciar andare le proprie inibizioni e imparare a godersi davvero quello spettacolo silenzioso, che non è solo sabbia, acqua e puntini luminosi, ma mondi estranei e meravigliosi, pieni di prospettive inimmaginabili, a milioni di anni luce di distanza.

P.S. Gli appassionati di materie STEM penseranno: a cosa serve leggere 500 pagine di uno che parla di unicorni e città immaginarie? Serve a guardare la realtà con occhi diversi e a imparare a notare lo straordinario nell’ordinarietà delle cose.
A chi lo consiglio: a chi non ama i pregiudizi.
A chi non lo consiglio: a chi non ama i fantasy, ma non considera che Le Metamorfosi di Ovidio raccontano storie altrettanto assurde eppure ritiene che leggerle sia da acculturati.
[1] Murakami, Haruki. La Città e le sue mura incerte. Einaudi, 2024, p. 502.
[2] Ibid., p. 535.
[3] Salinger, J.D. Il giovane Holden. Einaudi, 2014, p. 203.
[4] Murakami, Haruki. La Città e le sue mura incerte. Einaudi, 2024, pp. 545-546.











