
Una mossa che non ti aspetti: arriva come un fulmine a ciel sereno, una variante imprevista nel tuo gioco. Rimani attonito, immobile, per qualche istante. Cerchi di valutare la situazione che si è creata di fronte a te: come muoverai le tue pedine di fronte ad una mossa della vita, o tua, che in fondo non ti aspettavi? Balbetti, forse. Stai sudando freddo. Dubiti che in pochi attimi riuscirai a formulare la risposta corretta, a rimetterti in sesto, ad uscire da vincitore da quel nuovo, inaspettato, gioco.
Quello che ho descritto sopra, può corrispondere ad una reazione sperimentata di fronte a diverse situazioni: un incontro inaspettato, uno stravolgimento improvviso dei piani, il dolore per qualcosa che non pensavamo potesse accadere, per qualcosa che abbiamo perso. Oppure, una mossa inaspettata, intermedia, in una partita di scacchi: un intermezzo.

Negli scacchi l’intermezzo è una mossa improvvisa che può sconvolgere la combinazione o sequenza della partita, che pone una minaccia immediata, alla quale l’avversario deve reagire. Si chiama anche Zwischenzug o “mossa intermedia.” Può essere d’aiuto sia all’attaccante, che al difensore, a seconda di come si reagisce.[1]
Lo sconvolgimento di una partita, quindi, è la metafora da cui Sally Rooney parte nel suo ultimo romanzo, Intermezzo. I protagonisti sono due fratelli, Peter e Ivan Koubec, che affrontano la morte del padre e si trovano a reagire al lutto in maniera totalmente diversa. Peter, l’avvocato, il fratello grande e responsabile, che intrattiene una relazione con Naomi, studentessa universitaria che vive la sua vita in maniera sregolata; Ivan, il fratello più giovane, introverso, campione di scacchi, che intrattiene una relazione con una donna più grande. Peter, che ha il cuore diviso tra l’intramontabile amore, Silvia, e il richiamo della leggerezza e del divertimento di Naomi. O forse in Naomi vede solo un modo per scappare dalla pesantezza del lutto del suo grande amore, e di se stesso, come del padre: Silvia, infatti, dopo un grave incidente, non può più avere rapporti intimi, e questo è la causa della fine della loro storia.

Il lutto della perdita del padre, inteso come radice ancestrale e origine del proprio essere, si intrecciano con il lutto dello scoprire, a trent’anni, che tutto quello che si è amato e per cui Peter si è battuto nella sua vita è in realtà effimero come una nuvola dopo la pioggia.
“E allora tu cosa fai per lavoro? chiede. Sorridendo, stanco, Peter risponde: Racconto bugie.”[2]
In questo passaggio, Peter condensa la sua frustrazione nel non credere più nell’idealismo che lo aveva spinto in passato a diventare un avvocato. E ancora:
“Morte delle proprie illusioni: desiderio di lottare per qualcosa, tutta la sua sacrosanta rabbia focalizzata e utile, per una volta. Stesure e stesure a tarda notte, visioni trionfali, giustizia fatta, clienti che piangono e lo abbracciano. Lo scopo della sua vita recuperato. Sei mesi dopo gli torna indietro un’inadeguata sentenza di tre pagine piena di errori. Mi dispiace. Non so cosa dire. […] Che vite prive di senso fanno le persone. E dopo, l’oblio, per sempre. Rabbia vuota, futile. Focalizzata in un senso o nell’altro, che differenza fa?”[3]
Peter manifesta così tutta la disillusione che adesso straborda dalla sua vita: d’un tratto quello che è sempre stato, e quello in cui ha sempre creduto, sembrano come aver perso ogni senso e logica.
Peter sembra non essere in grado di affrontare questo grande lutto: la perdita di se stesso.
Non sa più dove andare, cosa fare. E’ disperso come una barca in mezzo al mare.

Il lutto nel romanzo è quindi principalmente il lutto della perdita di se stessi, che si scopre nel cambiamento, e il trigger fattuale e concreto dietro cui si nasconde questa metafora è la morte del padre e il cambiamento fisico di Silvia.
Da un lato il fratello perfetto, Peter, che affronta il proprio essere andare in pezzi, dall’altra il fratello logico e introverso, Ivan, campione di scacchi, che naviga il cambiamento con la stessa maestria che utilizzerebbe se fosse di fronte ad un intermezzo in una partita a scacchi. Nonostante il poco credito che gli venga dato dal fratello, Ivan sembra destreggiarsi con logica e fermezza anche di fronte alle scelte più discutibili da parte della morale sociale (e dello stesso fratello), come la relazione con Margaret, donna più grande e divorziata.

In questo, c’è un altro tema ricorrente nei romanzi della Rooney, ovvero la critica alla “normalità” sociale, e la creazione di dinamiche che violano la regolarità delle relazioni ordinarie tra gli esseri umani, che si manifestano in triangoli amorosi in cui si decide paradossalmente di restare, o nella creazione di relazioni anticonvenzionali, come fossero manifestazione della natura umana più sincera e non ingabbiata da preconcetti. Tutto questo, racchiuso in un quadro di profondo idealismo politico e sociale, che la Rooney manifesta attraverso le opinioni e critiche dei suoi personaggi (anche qui una dicotomia interessante: rompere la barriera del bigottismo, delle convenzioni sociali, che allontanano dalla felicità e dalla manifestazione del proprio essere, ma allo stesso tempo lottare costantemente per le proprie idee, quelle che incarnano la Giustizia come ideale).

In Intermezzo, in particolare, c’è una riflessione sottintesa sul concetto di idealismo e giustizia, impersonificata da Peter, che rappresenta l’idealismo e la giustizia delle convenzioni, e poi l’idealismo attivo e la giustizia pensata di Ivan, che applica una logica quasi matematica nel dispiegare il fatto che a volte le resistenze e i problemi sono principalmente nella testa di chi li pone – in riferimento alla sua relazione con Margaret.
Allora l’etica sociale è corretta a prescindere, o è un dogma che si segue senza farsi domande, per poi svegliarsi un giorno e rivedere come “illusione” tutto quello per cui si è lavorato sodo anni e anni? E’ una domanda senza risposta, perché la risposta sarebbe soggettiva. Nel concetto di “giusto” c’è senza dubbio una porzione oggettiva di significato (portata in alto con orgoglio dalle convenzioni sociali), ma a volte dipende anche dalle circostanze: giusto è quello che è utile agli altri, diceva Cicerone – un po’ parafrasando – nel De Officiis. Ma perché è così sbagliato cercare anche la propria felicità, nei limiti di quello che è possibile?
Tergiversare in una vita da facciata perfetta, per accontentare il gusto sociale, è come soffocare lentamente in una stanza di cemento, priva di aperture o finestre: in questo, una metafora del malessere di Peter, che perpetua relazioni e attività che non lo rappresentano a pieno, in nessuna delle singole declinazioni. Come dice Peter, tra i suoi pensieri:

“Perché allora questa sensazione di claustrofobia, se non di panico, come se portasse nascosta addosso l’arma del delitto? […] E ora, come se alla fine si fosse svegliato da un sogno privo di senso, si trova a contemplare terrorizzato il disordine della propria vita.”[4]
Perché la sua vita non lo rappresenta più a pieno? Perché Peter è cambiato, e la vita intesa come cambiamento costante di sé è un po’ quell’intermezzo a cui bisogna far fronte, ognuno con le proprie abilità, cercando di sopravvivere e vincere la partita con se stessi.
Tre temi principali, dunque restano:
- il lutto dato dalla disillusione degli ideali
- il cambiamento come costante dell’identità dell’essere umano
- le convenzioni sociali versus una giustizia più pensata, che contempli anche l’accettazione di sé e il diritto alla propria felicità.
E questo Intermezzo improvviso che ci coglie nella vita, l’accettazione del cambiamento, l’epifania e l’identità come concetto in itinere e non definito da altri, si manifestano nel corso del romanzo in uno stile quasi joyciano che ci trasporta nelle menti dei personaggi: la simbiosi con Peter e Ivan o Margaret, è totale. Questa è la magia della scrittura della Rooney: non sembra di star semplicemente leggendo una storia, sembra di viverla in prima persona e attraverso questo incantesimo le domande e le profonde riflessioni sugli impatti degli intermezzi nella partita della vita diventano reali, e un punto su cui interrogarci, se non fosse altro per perdonarci e capire ancora di più perché ad un certo punto del gioco abbiamo fatto la mossa sbagliata.


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A chi lo consiglio: a chi ha bisogno di riflettere sui propri intermezzi e a chi è troppo duro con se stesso/a, ai perfezionisti, perché possano perdonarsi.
A chi non lo consiglio: a chi preferisce le storiografie e pensa che l’amore sia una roba da femminucce.
[1] Uno Scacchista, https://unoscacchista.com/2021/08/12/perbacco-ce-lintermedia/ , accessed 28th Sept. 2025
[2] Rooney, S. Intermezzo, Einaudi: Torino, p.69.
[3] Ibid., 65.
[4] Ibid., p.93.