
Nei pomeriggi opachi mi piace entrare in libreria e girare tra gli scaffali come una vagabonda. A volte compro qualche libro, riempio il cestello di volumi e vado alla cassa. Altre volte volteggio come una libellula, o una pecora smarrita, tra centinaia di titoli in bella vista, e non riesco a decidermi se e cosa comprare. In uno di questi pomeriggi, ho comprato On Writing di Stephen King. Credo di averlo letto in un solo giorno. Si tratta di un’autobiografia dell’autore, pubblicata per la prima volta nel 2001, io ho comprato l’edizione del 2018.
Immaginate di trovarvi in uno di quei cinema anni ’50 dove riuscite a sentire il rumore della cinepresa alle vostre spalle mentre si proietta un film sul maxischermo di fronte ai vostri occhi: ecco King ci fa vedere la sua vita con la medesima chiarezza attraverso la sua scrittura pungente e diretta, tremendamente autentica. Ho adorato il suo tono a volte sfrontato, mi ha ricordato per certi versi quello de Il Giovane Holden, ma questa è tutta un’altra storia.

Spesso si pensa che i grandi della storia siano nati già grandi. Invece, non è così. King ci racconta di quando non era altro che uno studente universitario, poi un insegnante squattrinato, padre, marito. Uno che da sempre, fin da ragazzino scriveva. Uno che inviava i suoi scritti e che riceveva innumerevoli “no.” Fino al giorno in cui qualcuno disse “si,” e la sua vita cambiò per sempre.
La cosa straordinaria in tutto questo è poter immaginare dunque che ricevere un “no” o una porta in faccia sia assolutamente naturale nel processo che conduce alla realizzazione personale, o anche solo al trovare il proprio posto nel mondo.
Ho sempre ammirato chi fin dalla nascita ha avuto le idee chiare su chi fosse e chi sarebbe diventato da adulto. Certa gente è poi quella che sia realizza fin da subito. Certo, non deve perdere tempo a conoscere se stesso/a: sa già perfettamente chi è e chi diventerà. Conosce le ombre che si nascondono dietro i propri incubi, conosce ogni angolo nascosto dei propri pensieri, è consapevole di ogni proprio difetto: uno/a così è destinato/a al successo. Ed è anche uno/a su un milione. Si, perché la gente normale di solito impiega una vita a conoscere il proprio io, i propri difetti, ad accettarsi e ad imparare come utilizzare le proprie debolezze a suo vantaggio. E in mezzo a tutto questo, deve definire anche la propria identità sociale. Certo, suppongo che chiunque abbia avuto il classico sogno infantile su chi sarebbe voluto diventare da grande. E molti hanno sudato sette camicie prima di diventarlo. Molti altri hanno chiuso il cassetto dei sogni infantili alle proprie spalle e con maturità si sono trovati un qualche da fare per campare.

Qualunque sia stato o sarà il percorso, è matematico ricevere dei “no.” E’ matematico sbagliare. E’ matematico fare pessime scelte. E allora cosa fare per non rimanere delusi da se stessi, per non arrendersi? Stephen King ci dice che bisogna appendere i milioni di “no” ricevuti ad un chiodo e guardarli con orgoglio, perché quella è la strada verso il successo. Ovviamente tutto ciò è una parafrasi di un episodio che racconta nel suo libro On Writing, quando da ragazzino inviava i propri scritti a riviste ed editori e puntualmente riceveva un rifiuto: appese quei rifiuti al muro della sua cameretta come fossero trofei e li osservava con orgoglio, alcuni di questi lo resero addirittura felice.
Riporto dunque qui la sezione del libro alla quale mi riferisco, come una sorta di encomio alla resilienza, e un atteggiamento vincente verso le porte in faccia ricevute nel cammino verso la scoperta di sé e la realizzazione dei propri sogni:
“Quando mi fu recapitato il comunicato di rifiuto dell’AHMM, piantai un chiodo nella parete sopra la Webcor, scrissi <<Happy Stamps>> sul foglio e lo conficcai sul pezzo di metallo. Poi mi sedetti sul letto mentre Fats cantava I’m Ready. In fondo non ero tanto scoraggiato. Da sbarbatelli, l’ottimismo è una reazione perfettamente comprensibile davanti a una sconfitta. Tempo di compiere i quattordici anni (oramai mi radevo due volte a settimana, che ne avessi bisogni o meno) e il chiodo nel muro non riusciva più a reggere il peso delle lettere. Lo rimpiazzai con uno più robusto di acciaio. Arrivato ai sedici, cominciai a ricevere note di rifiuto con messaggi scarabocchiati a mano appena più incoraggianti del consiglio di accantonare la pinzatrice e usare i fermagli. Il primo giunse da Algis Budrys, allora direttore editoriale di Fantasy & Science Fiction, che aveva letto un mio racconto intitolato <<La notte della tigre>> (ispirato, almeno credo, a un episodio de Il fuggiasco in cui il dottor Richard Kimble lavora come inserviente in un circo o uno zoo, pulendone le gabbie) e aveva commentato: <<Questo non è male. Non fa per noi, ma non è male. Lei possiede un certo talento. Ci mandi altre proposte.>>

Quelle quattro frasi succinte, tracciate da una stilografica che si era lasciata dietro grandi macchie informi di inchiostro, illuminarono a giorno il mio triste inverno di sedicenne. Circa dieci anni più tardi, dopo aver pubblicato un paio di romanzi, ritrovai <<La notte della tigre>> in uno scatolone di dattiloscritti e mi dissi che era ancora un racconto assolutamente degno, per quanto senza dubbio partorito da un ragazzino alle prime armi. Lo rividi da cima a fondo e, tanto per levarmi uno sfizio, lo ripresentai a F&SF. Stavolta lo comperarono subito. Ho notato che, quando hai riscosso un minimo di successo, i curatori delle riviste sono meno tentati di risponderti con il solito <<Spiacente, non fa per noi.>>”[1]
Questo brano è la mia parte preferita di tutto il libro: credo sia un meraviglioso insegnamento di resilienza e una indicazione su come affrontare i rifiuti nel percorso di vita di ciascuno: i rifiuti non devono essere la ragione per cui si rinuncia ad un qualcosa, ma un mezzo per provarci ancora, per fare meglio. Una famosa citazione di Samuel Beckett dice: “Ho provato, ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio.” Ecco, con questa frase possiamo forse riassumere quanto questo brano di King vuole dire ai giovani aspiranti scrittori, ma che può essere utile a chiunque nella vita, indipendentemente da cosa si stia cercando di raggiungere: fallire è inevitabile, ma l’importante è provare ancora.
I “no” ricevuti non definiscono cosa sia giusto o sbagliato sognare per ciascuno. Nel mondo in cui viviamo, nella cultura del consumismo, nessuno è indispensabile, nessuno è eccezionale e ogni cosa è facilmente sostituibile. Cal Newport ha scritto: “Be so good they can’t ignore you.” A volte ti ignorano lo stesso, ma non è questo il punto: il punto è non lasciarsi definire da ciò che pensano gli altri. Nessuna vita è perfetta, nessun successo è eterno, nessun insuccesso lo è, panta rei, diceva Eraclito. La cosa più importante però è essere leali con se stessi, non tradirsi e non svendersi per il giudizio altrui. Prima o poi il proprio ikigai (生き甲斐), o ragion d’essere secondo una filosofia giapponese, verrà fuori, e per trovarlo bisogna prima inevitabilmente prendere una serie di batoste. A volte solo facendo esperienza di ciò che è sbagliato si può capire realmente cos’è giusto. I fallimenti, gli sbagli, i “no” ricevuti non devono dunque spaventare: appendiamoli ad un chiodo, sorridiamo di essi, ognuno di loro, in fondo, è un passo in più verso il nostro ikigai.

[1] King, Stephen, On Writing. Autobiografia di un mestiere (Trabaseleghe: Sperling &Kupfer), 2018, pp. 28-29.