
“Se siamo fortunati, tanto come scrittori che come lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e resteremo poi seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari i nostri cuori e i nostri intelletti avranno fatto un passo o due in avanti rispetto a dove eravamo prima. La temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare normalmente, ci ricomporremo, tanto come scrittori che come lettori, ci alzeremo e, <<creature di sangue caldo e nervi>> come dice un personaggio di Céchov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la Vita. Sempre la vita.”[1]
Da quando ho letto queste parole di Raymond Carver, ogniqualvolta giungo all’ultima pagina di un libro e richiudo la copertina posteriore su di esso, cerco di far caso se quanto descritto da Carver succede anche a me: se incorro o meno in quel breve momento di riflessione che distingue una buona lettura da una lettura superficiale, e misuro la mia opinione su un romanzo principalmente dall’analisi di quell’istante finale.

Recentemente ho letto Oggi faccio azzurro (Mondadori, 2020, pagg. 168) di Daria Bignardi e ho provato a fare quanto sopra. Innanzitutto, confesso di aver scelto di comprare questo romanzo più per il titolo che per la trama. Mi ha incuriosito. “Oggi faccio azzurro” si riferisce ad un modo di dire tedesco, Heute mache ich blau: al giorno d’oggi il verbo blaumachen significa semplicemente “non andare a lavoro,” ma deriva da un’usanza diffusa soprattutto tra i lavoratori nel settore della lana, che passavano il lunedì a non far nulla e a guardare il cielo azzurro, in quanto si trattava del loro giorno di riposo, principalmente perché dovevano aspettare che la lana, messa a mollo la domenica, asciugasse. Così per il Blauer Montag (il lunedì azzurro) non rimaneva altro da fare ai lavoratori se non fissare il cielo e le sue meraviglie.[2]
In breve, il romanzo Oggi faccio azzurro narra la storia di tre personaggi, Galla, Nicola e Bianca, in una fase particolare della loro vita: mentre cercano di reagire alla perdita di un amore. I tre condividono la stessa psicoterapeuta, ma provengono da storie diverse: Galla dopo essere stata piantata convive con una Voce dentro la sua testa, quella di una pittrice defunta, Gabriele, che commenta in maniera cinica la sua vita; Nicola vive da solo con la sua gatta Mimì, che utilizza come diversivo per rimorchiare le ragazze, e Bianca, ancora adolescente, vive con la sua famiglia, ma riesce a chiacchierare più liberamente solo con la nonna, e non vuole più andare a scuola – ha un blocco. Oggi faccio azzurro esplora il viaggio interiore di questi personaggi, che si alternano come voci narranti del romanzo, e ci guida attraverso la loro pacificazione con se stessi. In qualche modo, tutti loro, dopo essere stati piantati, si sentono inadeguati: Galla si da le colpe per tutto ciò che nella sua storia d’amore non aveva funzionato, Nicola si nasconde dietro un modo di fare menefreghista, balzando da una storia all’altra senza cercare alcun coinvolgimento emotivo, ma è in realtà un volontario di un’associazione umanitaria, e dai suoi atteggiamenti si vede che è tutt’altro che un menefreghista, e Bianca, probabilmente, si vergogna di se stessa, per questo dopo la rottura della sua relazione non vuole più tornare a scuola, e non ne vuole parlare con i genitori; in fondo, però, Bianca è solo una ragazzina in cerca del suo posto nel mondo, come lo è stata la maggior parte delle persone, persino quelle che non lo dicono.
I tre personaggi, per quanto diversi, sono legati da un fattore comune: hanno messo in pausa la loro vita, Galla e Nicola non lavorano, Bianca non va a scuola; si sono presi un periodo per riflettere su se stessi, per non far nulla a parte questo: “fanno azzurro.”

“Fare azzurro” è l’insegnamento principale che questa storia può forse dare. Al di là della trama ordinaria ma simpatica, delle pagine scorrevoli, della struttura ammiccante con il suo alternarsi di voci narranti, del suo “show, don’t tell style,” questo libro a mio parere urla attraverso le parole mansuete: “fai azzurro!”, “ti prego, per una volta, sii felice e fai azzurro!”
Su Vanity Fair la Bignardi dice che ognuno di noi può associare a questo modo di dire, “oggi faccio azzurro,” un proprio significato[3]: credo che questo fosse anche ciò che Carver intendesse dire ne Il Mestiere di Scrivere, nel passo citato all’inizio di questo articolo: ogni buon romanzo non è che un mezzo per dispiegare un concetto nascosto di noi stessi, un’essenza che non si è saputa riconoscere, ma che viene a galla attraverso lettura e a cui finalmente si riesce ad associare un significato.
Per me “oggi faccio azzurro” è quel momento in cui finalmente ci si ferma ad osservare se stessi, a far qualcosa solo per se stessi, senza orari, senza costrizioni: un momento d’ozio culturale, d’ozio che arricchisce, un tramonto di fronte al mare, un orizzonte invisibile e immaginato che si dispiega improvvisamente solo nella mente del suo osservatore, un attimo di solitudine che rilascia meraviglie. O forse è solo l’istante in cui si concede a se stessi di essere realmente se stessi, di fare qualcosa che si voleva fare da tempo, l’attimo in cui ci si concede, cioè, di essere felici.
Quando tiri un respiro di sollievo, e ti senti libero, per un istante, totalmente appagato con te stesso e dici “oggi faccio azzurro!” Heute mache ich blau.

[1] Carver, Il Mestiere di Scrivere (Torino: Einaudi, 2015), 67.
[2] “Blaumachen,” Deutsche Welle, accessed 26th of December 2020, https://www.dw.com/en/blaumachen/a-6617758#:~:text=The%20verb%20%22blaumachen%22%20originates%20from,those%20in%20the%20dyeing%20trade.
[3] “La Solitudine della Scrittrice,” Vanity Fair, accessed 26th December 2020, https://www.vanityfair.it/vanity-stars/daria-bignardi/2020/11/04/la-solitudine-della-scrittrice
Illustrazioni gratuite tratte da applicazione Canva
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